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Teutoniche beffe

La Ue? Va bene, solo se conviene:
la doppia morale dei tedeschi

Berlino fece le riforme grazie allo sforamento del patto di stabilità che adesso a noi viene impedito. E su regole bancarie e lavoro predicano bene e razzolano male

Angela Merkel

Angela Merkel

«Un anno di rinvio alle sanzioni, nella speranza di scongiurare l’implosione del Patto di stabilità e, con essa, del solo strumento di governo economico di Eurolandia che nel bene e nel male esiste».  Questo si leggeva sulle colonne del Corriere della Sera giusto dieci anni fa, all’inizio dell’estate 2003. Più o meno quel che si poteva scrivere, senza correggere una virgola, alle  cronache da Bruxelles di un mese fa, quando la Ue ha concesso la deroga a Francia e Spagna e dettato la solita lenzuolata di racomandazioni all’Italia, appena rientrata dal girone dei puniti. Insomma, non cambia nulla. O quasi. Perché nel 2003,  a chiedere comprensione all’Europa fu, assieme alla Francia, nientemeno che la Gemania. Nonostante     il disavanzo «eccessivo» rispetto ai parametri di Maastricht , decisi su input tedesco, il governo di Berlino, lungi dal rientrare nei binari,  annunciò per l’anno successivo tagli alle tasse non compensati da riduzioni di spesa dello stesso importo.  E diede il via a un pacchetto di riforme che spiegano gran parte dei successi della Repubblica Federale di questi anni. Bravi. Ma una parte rilevante di quei provvedimenti potrebbe oggi subire un brusco stop da parte degli sceriffi di Bruxelles, così inflessibile con Atene, così morbidi con Berlino.  

Il governo Schroeder, infatti, partì da una brusca revisione delle aliquote fiscali sia sul lavoro  (quella d’ingresso ridotta  al 15% , la massima al 42%  dal precedente 53%) che per le imprese. Certo. Il Cancelliere, sfidando i tabù della sinistra che lo aveva eletto (cosa che gli costò il posto...) osò anche toccare il welfare, affidare la riforma dei sussidi di disoccupazione ad un manager  della Volkswagen, introdurre meno vincoli ai licenziamenti  e riformare alla Sanità. Ma chissà se la ricetta avrebbe funzionato se il dossier Germania, cioè un piano basato sulla crescita finanziata dal deficit  e sull’arma della flessibilità fiscale fosse stato affidato alla scure di un Wolfgang Schaeuble o di un banchiere inflessibile come Jens Weidmann. 

Comincia da lì  il diverso cammino di Berlino ed alleati del Nord rispetto al resto dell’Eurozona. Frau Angela Merkel, politica dal fiuto infallibile, dopo aver battuto Schroeder, vittima delle sue riforme,  ha saputo capitalizzarne i frutti: a) la Germania in questi anni  ha  guadagnato circa il 9 per cento di competitività in termini di prezzi al consumo e quasi il 17 per cento in termini di costi unitari del lavoro, rispetto agli altri paesi dell’area euro mentre l’Italia ha perso circa l’1,5 per cento di competitività in termini di prezzi al consumo e il 9  per cento in termini di costi unitari del lavoro; b) la crisi finanziaria non ha fatto altro che aumentare il vantaggio competitivo  dell’economia tedesca, grazie al differenziale dei tassi d’interesse tra i paesi  dell’eurozona ha accresciuto il costo del debito pubblico e privato dei paesi deboli e ridotto quello della Germania.

Insomma,  oggi banche, imprese, famiglie e Stato tedesco si trovano in una  situazione di straordinario vantaggio nel finanziare consumi e investimenti. È evidente, come ha ben capito Angela Merkel,  che gli elettori tedeschi hanno l’interesse a mantenere i vantaggi e quindi a ostacolare tutte le soluzioni che li possano erodere. Che siano gli eurobond  piuttosto che l’unione bancaria, qualora preveda la mutualità delle garanzie sulle banche.  Lo stesso vale per la Bce: affidare ad una politica troppo espansiva  della banca centrale la funzione di ridare ossigeno alle imprese del sud Europa  potrebbe far salire nel lungo periodo la competitività di Italia o Spagna. Meglio, perciò, che la  convergenza tra Nord e Sud avvenga solo con i sacrifici dei Paesi più deboli. Cosa che sta puntualmente avvenendo: le imprese tedesche già stanno faccendo incetta, a salari ridotti, di braccia spagnole per il made in Germany. La strage delle pmi italiane, quello stesso Nord-Est che  10-15 anni faceva venire gli incubi agli industriali bavaresi, è un regalo ancor più prezioso.

di Ugo Bertone

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Commenti all'articolo

  • imahfu

    12 Giugno 2013 - 09:09

    Ma soli non si puo' rimanere. Ci avrebbero mangiato gli USA oppure la Cina, o l'India o il Giappone o gli altri se si associavano. Occorreva prepararsi e fare una politica ad hoc. Meno consumi, meno lusso, meno debito ma infrastrutture, ricerca, innovazione...sono 25 anni che manchiamo di aumenti di capitale aziendali. Lo Stato ha nutrito la permanenza di chi era al potere o voleva rimanerci, lasciando tuttavia una ripartizione della ricchezza a dir poco orrenda. Il ricco se ne va, abdica, e il povero rimane per forza di cose inerme. Il mea culpa si impone. Nell'UE occorreva spingere per una maggiore unità politica

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  • apostrofo

    12 Giugno 2013 - 00:12

    La Germania fu uno dei primi paesi a sfora il patto di stabilità e fu aspramente attaccata in sede comunitaria. Un solo rappresentante di Paese la difese spiegando con non è con l'austerità che può ripartire la Germania ed un breve o piccolo sforamento non pregiudicava l'Europa. Quel rappresentante era BERLUSCONI ! Infatti in seguito fu ... premiato dai tedeschi con feroci critiche ed attacchi. Questo fatto è stato ricordato ufficialmente anche da Monti in sede comunitaria. Ma per loro la nostra economia deve restare ferma e deve solo pagare : 150 miliardi l'anno all'europa per garantire soprattutto stabilità e supremazia germanica, senza chiedere niente. Già vengono in Italia e comprano aziende per un pezzo di pane. E non solo loro.

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  • brontolo1

    11 Giugno 2013 - 22:10

    a quanti raccontano la solita balla dei 20(anzi no 19) del cav., io rispondo, chi era quell'affettato che ci trascino nell'€,dicendo pure che grazie ad esso(l'€)avremmo lavorato un giorno in meno la settimana?

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  • futuro libero

    11 Giugno 2013 - 16:04

    anch'io condivido

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