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La stretta del credito

I sindacati all'attacco delle banche: "Prestiti ai soliti noti"

Anche i bancari non credono più ai banchieri. E i sindacati vanno all'attacco: "I soldi vengono dati soltanto ai soliti noti"

I sindacati all'attacco delle banche: "Prestiti ai soliti noti"

Chi lavora in banca non crede più alle favole. E la favola in questione è quella che i banchieri raccontano da mesi senza convincere nessuno: gli istituti non danno prestiti ai loro clienti, per colpa delle imprese e delle famiglie che non pagano le rate. Di qui, entrando nel linguaggio tecnico, l'aumento delle sofferenze - cioè dei finanziamenti che non vengono rimborsati - che bloccherebbe l'erogazione di nuovo credito: la storia è stata illustrata così, ieri, dal presidente dell'Abi in un'intervista al Mattino. Secondo Antonio Patuelli alla base del credit crunch ci sarebbe proprio il boom delle sofferenze che farebbero aumentare la rischiosità del credito e costringerebbero le banche a serrare i rubinetti allo sportello. «Maggiore complessità di erogazione» ha spiegato il numero uno dell'Assobancaria. Parole, quelle di Patuelli, che hanno fatto saltare sulla sedia i sindacati del settore. «Non condivido questo piagnisteo continuo delle banche - ha detto il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni - che hanno un solo scopo, quello di preparare il terreno per ulteriori tagli di personale, attuando una politica della disoccupazione a danno della vera occupazione». Le organizzazioni dei lavoratori, insomma, temono che dietro le difficoltà millantate dai banchieri ci sia l'intenzione di gettare le basi per una cura da cavallo sul costo del lavoro: istituti in crisi, via con esuberi e licenziamenti. 

Una prospettiva che viene rifiutata dalle sigle, attente a spiegare che le banche hanno «puntato sempre sul massimo profitto, danneggiando così anche le imprese. Le sofferenze sono figlie di una cattiva qualità del credito erogata sempre ai soliti noti per mantenere in piedi i poteri politici delle fondazioni, che si autoalimentano da decenni. Non sono quindi solo figlie dell'attuale crisi economica». 

Per i sindacati la liquidità viene assicurata solo alle aziende "amiche" e ai grandi gruppi, mentre viene sistematicamente negata alle imprese non raccomandate. Le statistiche non portano alla luce queste distinzioni, ma di sicuro mettono in evidenza una riduzione dei finanziamenti a dir poco drammatica. I dati più aggiornati della Banca d'Italia parlano chiaro e indicano che il credit crunch sfiora i 70 miliardi di euro, se si guarda la riduzione registrata tra aprile 2012 e aprile 2013. Periodo nel quale le sofferenze su cui puntano il dito i big del credito sono sì cresciute (da 108,9 miliardi a 133,2), ma assai meno (24,3 miliardi) rispetto alla sforbiciata ai finanziamenti. 

I conti non tornano e l'andamento del settore non sembra giustificare la riduzione del credito. Fatto sta che le banche hanno tagliato i prestiti a tutti i comparti - famiglie, imprese e pubblica amministrazione - per un totale di 69,2 miliardi (-1,9%) tra aprile 2012 e aprile 2013. La riduzione dei finanziamenti alle famiglie in dodici mesi è stata pari a 9 miliardi (-1,9%) mentre la sforbiciata al credito per le imprese è stata di 38,1 miliardi (-4,2%); giù anche le erogazioni per Stato ed enti locali: - 22 miliardi (-1,1%). 

Prestiti in calo dunque per le famiglie. Lo stock di crediti è sceso dai 614,6 miliardi di aprile 2012 ai 605,6 miliardi di aprile 2013. Il credito al consumo è sceso di 4 miliardi (-6,4%): i finanziamenti per acquistare, tra l'altro, elettrodomestici e automobili sono diminuiti da 62,6 miliardi a 58,6 miliardi. Giù anche i prestiti personali (quelli di piccolo importo e di solito non finalizzati a un determinato scopo): la stretta è di 1,9 miliardi (-1%) frutto del calo da 184,7 miliardi a 182,7 miliardi. Fermo il mercato dei mutui: il totale dei finanziamenti per l'acquisto di abitazioni, che alimenta sensibilmente il crollo delle compravendite di immobili, è sceso da 367,2 miliardi a 364,2 miliardi con un taglio di 3 miliardi in dodici mesi (-0,8%). 

Ma la stretta più forte da parte degli istituti di credito è stata avvertita dalle imprese. Da aprile 2012 ad aprile 2013 il totale dei finanziamenti alle «società non finanziarie» è crollato da 890,6 miliardi a 852,4 miliardi. C'è stata meno liquidità sia per sostenere la cassa sia per spingere gli investimenti. Per le imprese sono stati tagliati di 19,5 miliardi (-5,6%) i prestiti a breve (1 anno) calati da 343,7 miliardi a 324,1 miliardi. I prestiti a medio termine hanno subito una riduzione di 1,3 miliardi (-1%) passando da 131,8 miliardi a 130,4 miliardi, mentre quelli a lungo periodo hanno fatto registrare una diminuzione di 17,2 miliardi (-4,1%) da 415 miliardi a 397,7 miliardi. 

Anche la pubblica amministrazione paga gli effetti dei rubinetti chiusi allo sportello. L'ammontare dei prestiti erogati dalle banche a Stato centrale, enti pubblici, regioni, province e comuni è sceso dai 1.979,5 miliardi di aprile 2013 ai 1.957,4 miliardi di aprile 2012. Giù i prestiti a breve diminuiti da 668,6 miliardi a 665,6 miliardi con un calo di 2,9 miliardi (-0,4%). In lieve controtendenza i finanziamenti a medio periodo per la Pa, aumentati di 1 miliardo (+0,5%) da 209,6 miliardi a 210,7 miliardi. Per la pubblica amministrazione diminuiti anche i prestiti a lungo periodo di 20,2 miliardi(-1,8%) da 1.101,2 miliardi a 1.081 miliardi. 

di Francesco De Dominicis
twitter@DeDominicisF

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Commenti all'articolo

  • Pinkalikoi

    15 Giugno 2013 - 08:08

    Lungi da me difendere le banche, ma considerato che denunciano complessivamente una sofferenza del credito che si avvicina al 10%, capace quindi di annullare ogni utile, è inevitabile una più occhiuta selezione. Non basta: Il dramma, gravissimo, probabilmente irrisolvibile è illustrato in chiusura di articolo. Quasi duemila miliardi sottratti agli investimenti produttivi per essere erogati all'amministrazione dello stato. Se consideriamo la popolazione adulta di 40 milioni, ne viene fuori che una famiglia di tre adulti, compresi nullatenenti, carcerati, ricoverati in ospizi, disoccupati ecc., ha un debito medio con le banche di 75.000 euro, firmato a nome loro (nostro) dallo Stato. Questo fiume di denaro, che va ben oltre le possibilità della media delle famiglie, non può essere impiegato per il finanziamento ed il rinnovo delle imprese, perché è tutto "sequestrato" per alimentare l'improduttiva spesa corrente del nostro stato cicala. Problema ben più grave di IVA e IMU. Futuro buio!

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