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Caso Creval e oltre

Banche, la Borsa teme il crac: ci hanno mentito ancora

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Banche, la Borsa teme il crac: ci hanno mentito ancora

Le banche italiane segnano un punto nel contenzioso con la Bce. L'ufficio legale dell'Europarlamento ha ieri stabilito che non spetta alla Vigilanza di Francoforte adottare norme sui crediti deteriorati. Su richiesta del presidente Antonio Tajani i servizi giuridici hanno precisato che l'Addendum fissa regole generali legalmente vincolanti, come tali applicabili a tutte le banche. Al contrario, le indicazioni della Vigilanza devono limitarsi ai singoli casi senza invadere il campo del legislatore. Non sono dunque legittime le linee guida sulla gestione dei non performing loans, che prescrivono la copertura integrale entro due anni delle sofferenze non garantite ed entro sette anni di quelle parzialmente garantite. Si allontana così l' ultimatum che ha contribuito a rilanciare l' allarme presso buona parte delle banche italiane, secondo le quali le indicazioni della Vigilanza non possono che comportare una nuova stretta sul credito con conseguenze negative sui prestiti.


La vittoria in termini di diritto, però, non sposta granché i termini economici della questione: nonostante le rassicurazioni del ministro Pier Carlo Padoan e del governatore di Banca d'Italia Ignazio Visco, una fetta consistente del sistema italiano del credito resta in una condizione di grande fragilità, esposto a crisi sistemiche violente. La conferma è arrivata ieri dal Creval, precipitato in Piazza Affari (-29%) dopo aver annunciato un aumento di capitale per 700 milioni necessarie per far fronte alle perdite (402 milioni e rettifiche per 386) e risolvere una volta per tutte la questione delle sofferenze (quasi 2 miliardi di crediti a rischio) che gravano sull' istituto. Il presidente Mirio Fiordi è esplicito: «È l'occasione per pulire subito, voltare pagina e chiudere i conti col passato per dare aria nuova e chiudere la parentesi di 10 anni di crisi».

Non esistono buchi particolari o clienti eccellenti, dice. «La quasi totalità dei nostri Npl è legata a Pmi andate male nel corso della crisi, non da soldi dati al primo che passa per strada o agli amici degli amici. Quando nei convegni si racconta che l' Italia ha perso il 25% della sua capacità manifatturiera e 10 punti di Pil vuol dire questo». Un messaggio sincero, al contrario delle tante parole spese in questi anni per rassicurare i mercati (che non ci credono più di tanto) e i risparmiatori (più di una volta caduti in trappola) cui è stata raccontata la favola di banche solide, a prova di crisi. Non a caso l'esempio di Creval, una banca piccola che capitalizza attorno ai 300 milioni è stato sufficiente a far tremare istituti ben più grandi.


Hanno sofferto in particolare le ex Popolari, a partire da Banco Bpm, che ha lasciato sul terreno il 7,5% dopo esser stata sospesa per eccesso di ribasso fino ad Ubi, in calo del 3%. Precipita anche Bper. L' ad Alessandro Vandelli, rispondendo alle domande degli analisti, ha tenuto a precisare che «siamo assolutamente convinti di non aver bisogno di alcuna iniezione di capitale» anche se «abbiamo molto spazio per aumentarlo, a partire dal riacquisto delle quote di minoranza del Banco di Sardegna». Male anche Mps che continua a suscitare la diffidenza degli investitori. Solo i Big, Intesa e Unicredit (oltre a Mediobanca) non hanno tremato di fronte alla questione delle sofferenze, che Mario Draghi ha definito «il nodo più grave», sottolineando che il recupero del sistema italiano è davvero troppo lento.

di Ugo Bertone

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