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L'editoriale

Troppi intrighi, il Papa si dimette

Per guidare questo Vaticano, che vive di trame e cospirazioni, essere autorità morali e grandi teologi non basta. Conta essere scaltri strateghi. Forse per questo Ratzinger lascia

11 Febbraio 2013

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di Maurizio Belpietro

Quando, un anno e mezzo fa, Antonio Socci, sulla prima pagina di Libero, rivelò che il Papa meditava di dare le dimissioni, lo scoop fu accolto con freddezza e molti addirittura lo liquidarono come una bufala. Oltre alle smentite di rito (si è mai visto il portavoce della sala vaticana che conferma qualcosa di non ancora ufficiale, tipo appunto l’abbandono di un Pontefice, evento che è accaduto volontariamente solo una volta in duemila anni?), a negare la possibilità che Benedetto XVI  si facesse da parte per sopraggiunti limiti di età e sopraggiunta stanchezza furono alcuni colleghi. Di Socci, non del Papa: ciò dimostra che peggio degli uomini di chiesa ci sono solo i vaticanisti, gente che si reputa esperta in faccende d’oltre Tevere, ma che evidentemente non riesce a vedere oltre il proprio naso. 

Che la questione fosse all’ordine del giorno, al contrario, lo si poteva capire da molti indizi, primo fra tutti un libro di un paio d’anni fa, in cui lo stesso Ratzinger aveva lasciato intendere che se avesse ritenuto di non poter svolgere il proprio compito con sufficienti energia e forza non avrebbe scartato la possibilità di abbandonare il soglio pontificio. Troppo forte il ricordo degli ultimi anni di Wojtyla, troppo doloroso il declino di un Papa molto amato che la malattia aveva segnato fino quasi a rendergli impossibile l’esercizio del  pontificato. La frase, oltre a lasciare aperta la porta alle dimissioni per impedimenti fisici, non escludeva però la possibilità di un ritiro in caso di affaticamento mentale e spirituale, quasi che il Papa temesse un giorno di non riuscire più a svolgere il delicato e gravoso incarico, limitato dall’età a interpretare il suo magistero. 

L’inciso, all’interno di un libro-intervista con Peter Seewald, probabilmente andava contestualizzato in quel che era accaduto e stava accadendo. Lo scandalo dei preti pedofili aveva già devastato la rispettabilità di molte diocesi americane e rischiava di estendersi ad altri Paesi, dando un colpo devastante all’immagine della Chiesa cattolica nel mondo, oltre che una batosta economica alle finanze vaticane a causa delle azioni legali intentate dalle vittime della pedofilia. Certo, non c’era ancora stata la fuga delle carte private dello stesso Benedetto XVI, rubate e fotocopiate dal maggiordomo di sua Santità e poi passate ai giornalisti - tra i quali il nostro Gianluigi Nuzzi, che sulla scorta di quei documenti ha costruito un libro di successo - ma i segnali di una guerra in corso nelle segrete stanze pontificie c’erano tutti. Si capiva che il corpo della chiesa non era un monolite, ma  un esercito diviso in fazioni l’una contro l’altra armate. Qualcuno con il capo della segreteria vaticana, Tarcisio Bertone, una specie di premier dello stato d’Oltretevere; altri con quello dei vescovi, Angelo Bagnasco, una sorta di leader del partito dei presuli. 

Il segnale più evidente dello scontro in corso risale alla fine del 2009, un anno prima delle parole del Papa sul diritto, anzi il dovere in certi casi delle dimissioni. Un articolo sul Giornale rivelò che il direttore di Avvenire era stato in passato condannato per molestie telefoniche nei confronti di una donna. Il testo faceva riferimento all’omosessualità del numero uno dei giornale dei vescovi, mettendo il fatto in relazione alle molestie. Dino Boffo, molto vicino al cardinal Bagnasco, negò ma fu costretto alle dimissioni e da lì in poi molti si interrogarono sulla manina che aveva recapitato la velina (in parte rivelatasi falsa) al Giornale. Qualcuno fece il nome del direttore dell’Osservatore romano, molto vicino al cardinale Bertone, e questi negò, ma sta di fatto che lo stesso Vittorio Feltri lasciò capire che la fonte indossava una tonaca e dunque era da ricercarsi all’ombra del cupolone. 

Non che in passato il Vaticano fosse stato immune da intrighi e congiure - tutt’altro - ma quelli del 2009 lasciarono il segno. È forse da lì che parte la storia di Paoletto Gabriele, l’aiutante di camera del Papa. Già erano state pubblicate le carte segrete dello Ior (altro libro di Nuzzi), messe meticolosamente da parte da un monsignore e poi date a un nipote affinché le rendesse note; già  erano trapelate indiscrezioni a proposito di un alto prelato rimosso frettolosamente perché aveva denunciato sprechi e ruberie compiute in nome di Dio; già un cardinale aveva rivelato la storia di un presunto attentato al Papa. Ma ecco all’improvviso spuntare una valanga di carte, tutte autentiche, tutte arrivate direttamente dallo scrittoio di Sua Santità. Segreti circa la rimozione di Boffo, trattative con il governo a proposito dell’Imu, lettere top secret del presidente della banca vaticana: documenti confidenziali difficili da sottrarre da soli, un fiume in piena di missive inaccessibili che si fa fatica a immaginare nella disponibilità di un solo cameriere. Ma tant’è, la faccenda si è chiusa con l’arresto, la condanna e l’immediata amnistia dell’unico «corvo». Era lui la fonte. Lui la gola profonda che spifferava le informazioni alle redazioni. Perché lo ha fatto? Mistero. Nessuno lo sa. Nessuno lo ha capito. 

Neanche il tempo di riprendersi ed ecco un’altra grana. Questa volta ad essere coinvolto è direttamente il banchiere del Papa, Ettore Gotti Tedeschi, rimosso senza troppi complimenti dal consiglio dello Ior. Un uomo di finanza pio e devoto a Ratzinger licenziato come una colf, con neppure gli otto giorni che si usano con le cameriere. Aveva rubato? A quanto pare è escluso. E allora perché estrometterlo brutalmente? Incapacità manifesta è la versione ufficiale. Difficile da mandar giù, soprattutto se si considera che Gotti Tedeschi è da qualche decennio il rappresentante in Italia del Santander, il più importante istituto di credito spagnolo. 

Insomma, quello di Benedetto XVI non è stato un pontificato facile, soprattutto negli ultimi tempi. Dal 2009 ad oggi i motivi di imbarazzo sono stati molti. È forse per questo che il Papa ha gettato la spugna. Per guidare una corte in cui la cospirazione e le trame sono all’ordine del giorno non basta una grande autorità morale né essere teologi in grado di esercitare un alto magistero. No, servono uomini scaltri in grado di parare i colpi e di schivare i complotti. Rileggendo la storia di altri papati, si scopre che anche questa non è una grande novità, ma forse, negli ultimi tempi, il virus che ha infettato la politica rendendo l’Italia ingovernabile ha infettato un po’ di più anche chi sta di là dalle mura leonine. Così il Papa se ne va: forse non è stato il miglior vescovo di Roma che ci si potesse attendere, almeno se lo si pensa come pastore di uomini e soprattutto come cane da guardia di cardinali. Di sicuro di lui ci rimarranno la dignità e l’insegnamento. Questi nessun complotto ce li potrà togliere.

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