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La testimonianza esclusiva

Isis, l'intervista a Libero: "Ho vissuto per mesi con i tagliagole e vi racconto i loro orrori"

Isis, l'intervista a Libero: "Ho vissuto per mesi con i tagliagole e vi racconto i loro orrori"

Abbiamo contattato Abu Ibrahim Raqqawi via Facebook. Ha 22 anni, ma ha già visto più orrori della maggioranza degli occidentali. Questo perché è originario di Raqqa, la città considerata la capitale dello Stato islamico. I combattenti del Califfato, sui social network e sulla loro rivista Dabiq, cercano di dimostrare che, sotto il loro regime, la vita è splendida. La realtà è un po’ diversa, e Abu Ibrahim la fa vedere ogni giorno. È il gestore di una pagina web che si chiama Raqqa is being slaughtered silently (Raqqa viene massacrata in silenzio) ed è diventato piuttosto famoso fra i giornalisti e gli esperti di politica estera. La scorsa settimana è stato intervistato dalla prestigiosa rivista statunitense Foreign Policy, che gli ha chiesto una testimonianza per un documentatissimo servizio sui bambini soldato dell’Is. Raqqawi si definisce indipendente. Si capisce che non ha alcuna simpatia per Assad, infatti sostiene che gli Usa hanno commesso un grosso errore, perché «se avessero distrutto il regime di Assad, tutto questo non sarebbe mai successo». Inoltre, sembra simpatizzare per il Free Syrian Army, che si oppone tanto all’Is quanto al governo di Damasco. Ecco quello che Abu Ibrahim ha raccontato a Libero.

Dici di chiamarti Abu Ibrahim Raqqawi. È il tuo vero nome?
«No, non è il mio nome vero. È un falso. Devo utilizzarlo per salvarmi dall’Isis».

Perché hai lasciato Raqqa?
«Ho lasciato Raqqa circa un mese fa. Ma non sono solo a curare la pagina web. Siamo una squadra di sedici persone. Dodici sono a Raqqa e quattro fuori. Io sono dovuto partire perché l’Isis voleva uccidermi. Hanno emesso una sentenza di morte sui nostri nomi. Ci hanno accusato di blasfemia… Hanno detto che eravamo apostati della nostra religione. E tutto questo solo perché ci permettiamo di mettere in luce le ingiustizie che commettono e i loro atti criminali».

Perché avete deciso di creare una pagina web su Raqqa?
«Il nostro obiettivo era quello di mostrare le pratiche e i crimini dell’Isis. E dare impulso a una nuova rivoluzione contro un altro oppressore, che arresta gli attivisti e uccide tante persone innocenti. Abbiamo scelto questo nome per la nostra campagna perché davvero noi veniamo oppressi e massacrati in silenzio. Raqqa is being slaughtered silently è una campagna lanciata da un gruppo di attivisti non violenti di Raqqa, per rendere note le atrocità commesse da quel gruppo di terroristi ed estremisti chiamato Stato islamico della Siria e dell’Iraq contro la popolazione civile della città. Realizziamo una pagina di notizie che è super partes e indipendente. Non siamo legati a nessun gruppo politico o militare. Veicoliamo la verità in modo oggettivo.

Può descriverci una normale giornata di vita nella Raqqa dell’Isis?
«Non si può bere né fumare. Tutte le donne sono costrette a portare il velo. Tutti i negozi devono pagare una tassa all’Isis e quelli che non lo fanno vengono puniti. C’è il battaglione Khansa che si occupa di controllare che le donne rispettino le imposizioni. La polizia islamica invece sorveglia gli uomini e gli esercizi commerciali. Capita di essere arrestati dall’Isis per le questioni più banali. Chiunque combatta il Daash (sta per al-Dawla al-Islamiya al-Iraq al-Sham: è l’acronimo arabo per indicare lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante ed è utilizzato prevalentemente dagli oppositori del Califfato, ndr) o dica qualcosa di negativo su di esso viene ucciso. Nessuno è autorizzato a scattare foto. Pensa se tu venissi arrestato per averlo fatto, e poi ucciso per questo… È una vita veramente durissima».

Qual è la condizione delle donne nel Califfato?
«Tutte le donne devono portare il velo e se non lo fanno vengono arrestate e punite dal battaglione Khansa. Dopodiché, non possono uscire finché il padre o un fratello non abbia firmato un documento in cui promette che non farà più una cosa del genere e se la farà di nuovo verrà ulteriormente punita».

Che cosa ci dice dei bambini? È vero che l’Is li rapisce e li addestra per la jihad?
«Certo. Guardati il nostro reportage».

Andiamo a dare un’occhiata al link che ci ha mandato. Racconta nel dettaglio il caso del tredicenne Hamadi Al-Ibrahim. Il 14 maggio scorso è scomparso. «La sua famiglia lo ha cercato disperatamente in tutta la provincia, sollevando ogni pietra, finché non l’ha rintracciato nel campo dell’Isis di Al-Sherkrak. Quando i parenti del ragazzino sono andati al campo a chiedere delle condizioni del figlio, l’Is ha detto di non sapere nulla di lui e ha negato che fosse presente fra gli altri combattenti. Ma quando la famiglia ha pagato una somma di denaro consistente all’Emiro, l’Is ha ammesso che il ragazzo era al campo per essere addestrato». L’articolo parla dell’esistenza di cinque campi di addestramento. Uno è intitolato ad Al Zarkawi, un altro a Osama Bin Laden. Uno è specifico per i ragazzini sotto i sedici anni.

intervista di Francesco Borgonovo

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Commenti all'articolo

  • plaunad

    03 Novembre 2014 - 09:09

    Comunque quello é un cretino. Non capisce che é proprio per aver minato l'autorità di Assad che si é scatenato questo inferno? Come in Libia del resto, in Egitto e più o meno in Tunisia.

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  • Yossi

    03 Novembre 2014 - 08:08

    Vigliacchi usano i bambini; a parte i 6 milioni dati dall Italia chi finanzia questi bastardi ? Possiamo continuare a fare finta che non lo sappiamo ? Speriamo che tutto si plachi come per incanto ? Temo che questa situazione sia stata programmata a tavolino e qualcuno tragga enormi vantaggi, ufficialmente rammaricandosi per le atrocità e crimini commessi da questi delinquenti

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