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"Quell’insegnante è di destra" E le negano l’abilitazione

"Quell’insegnante  è di destra" E le negano l’abilitazione

L’università italiana non le ha concesso l’abilitazione a professore associato perché è dichiaratamente di destra e - quale orrore - si permette di svolgere attività giornalistica, anche in tivù e persino su fogli impresentabili quali Libero: con queste motivazioni, benché espresse nella prosa elusiva del burocratese, Simonetta Bartolini si è vista bocciare al concorso nazionale per titoli cui ha partecipato.


Ai candidati, il ministero dell’istruzione chiedeva di compilare un formulario in cui elencare le attività svolte, allegando, in formato elettronico, dodici pubblicazioni fra quelle degli ultimi dieci anni. Simonetta Bartolini si è attenuta alle indicazioni, senza sospettare che stava fornendo ai suoi giudici il pretesto per escluderla. Da una decina d’anni è ricercatrice all’Unint, Università internazionale di Roma, dove insegna Letteratura italiana contemporanea e Letterature comparate. Segretaria di redazione alla «Rassegna della letteratura italiana» dal ’95 al ’98, ha ricoperto incarichi in numerose istituzioni culturali, dirige la rivista on line «Totalità» e si è a lungo dedicata alla critica sulla carta stampata e dagli schermi tivù. Un ottimo curriculum, cui si aggiungono libri e articoli su riviste importanti, per esempio «Nuova storia contemporanea» di Francesco Perfetti. Titoli inutili, se non dannosi, per chi è stato chiamato a vagliarli.

Uno dei commissari, Mario Sechi - omonimo del più noto giornalista - non ha remore nel metterlo nero su bianco: «Come studiosa», scrive nel testo rintracciabile sul sito del Muir, «la candidata presenta un profilo marcatamente militante, orientato sulle tesi del revisionismo storiografico (sul fascismo e sulla Resistenza come guerra civile, e sulla stessa esperienza della Rsi), e impegnato in un tentativo di rivalutazione di autori rivendicati dalla destra politica come fondativi di una tradizione alternativa a quella “vincente” ed egemonicamente canonizzata: da Soffici a Barna Occhini, di cui ha pubblicato il carteggio, a Papini e Guareschi (che viene messo a confronto con primo Levi in un saggio del 2008), a Comisso nella sua formazione dannunziana, a un Pasolini proiettato sin dai suoi esordi in una prospettiva ultra-mistica e ultra-tradizionalista».

Gli autori esclusi dal Pantheon della sinistra - quali Papini, Soffici, Comisso - non hanno dunque diritto di cittadinanza: dedicare loro analisi critiche è superfluo. Sul fascismo siamo tornati a un’era antecedente a De Felice; rileggere Pasolini in chiave eterodossa è blasfemo; parole come mistica e tradizione costituiscono, di per sé, un marchio d’infamia. Alla Bartolini si rimprovera il «profilo militante», perché rivolto a destra; se la militanza si fosse orientata nella direzione opposta, avrebbe rappresentato un titolo di merito.

Non è finita: la monografia su Papini, di cui la Bartolini è autrice, l’unica mai pubblicata, che conta 400 pagine fitte, è stata ritenuta «modesta». Beata ingenuità: nel testo, per ottenere plauso, sarebbe bastato aggiungere che il corrosivo scrittore presentava aspetti d’antifascismo inconsapevole, un po’ come fece Bruno Zevi che, per salvare Giuseppe Terragni dalla damnatio memoriae, asserì che la sua opera era «oggettivamente» antifascista.

Tra i demeriti ascritti dalla commissione ministeriale all’imprudente studiosa, anche il fatto d’aver dedicato saggi e scritti al padre, il grande pittore e incisore Sigfrido Bartolini: pubblicazioni, si legge nello sprezzante giudizio, “che nascono dal contesto familiare”, e dunque per questo irrilevanti. Da non credere, soprattutto in un’università, com’è la nostra, soggetta al più bieco familismo. Ancor peggio l’attività giornalistica, di per sé spregevole, anche perché svolta fuori dalle testate gradite all’apparato cultural-mondano. Se gli articoli della Bartolini fossero apparsi su Repubblica, di sicuro nessuno avrebbe avuto da ridire.
Da notare che l’abilitazione a professore associato non garantisce alcun posto: chi l’ottiene, può soltanto sperare nella chiamata d’un ateneo. È tuttavia agghiacciante costatare come nel 2014 il pregiudizio ideologico ancora determini le sorti del nostro sistema educativo. Il criterio, da quarant’anni a questa parte, resta il medesimo: fuori i fascisti dall’università, come continuano a gridare i bravi ragazzi dei collettivi (e fascista, beninteso, è chiunque non s’inchina al politicamente corretto).

di Renato Besana

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Commenti all'articolo

  • fonty

    fonty

    16 Marzo 2014 - 11:11

    Mai come ora il titolo di "fascisti rossi" è il più azzeccato per i trinariciuti.

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  • primoguido

    15 Marzo 2014 - 23:11

    tutta gente che nel profondo dell'animo pratica il peggiore fascismo.

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  • ghorio

    15 Marzo 2014 - 22:10

    La mia solidarietà alla brava Simonetta Bartolini. Ancora una volta i tipi come Mario Sechi, omonimo dell'ex direttore de "Il Tempo" dimostrano la loro pressapochezza nel valutare le persone con un comportamento da sinistra becera. E' davvero sconcertante. Tra l'altro, per chi si diletta di leggere su web, l'invito di andare sul sito di Totalità, davvero ben fatto ed interessante.

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  • buonavolonta

    15 Marzo 2014 - 22:10

    se veniva scartata perche di sinistra mamma mia il giorno dopo imteveniva il tribunale europeo.. italiani fascisti scacciano dall'universita ecc.ecc. e poi non parliamo dei giudici grassamente pagati pero tutti o quasi tutti con buone idee sinistrorse .cancelliamo tutto diamo uno stipendio a tutti uguale .un '' sano comunismo'' voglio vedere la faccia di quei rossi il giorno do hahhaahh

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