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Decadenza di un simbolo

Se la prende pure col Dio sbagliato: se Charlie Hebdo non è più Charlie

Se la prende pure col Dio sbagliato: se Charlie Hebdo non è più Charlie

A un anno di distanza dalla carneficina che, il 7 gennaio del 2015, ha decimato la redazione di Charlie Hebdo, ci sono altri cadaveri sul terreno. Quelli della libertà di espressione e del pensiero critico. La copertina del numero speciale - tiratura un milione di copie - con cui la rivista satirica francese ha deciso di commemorare la strage è una sorta di referto autoptico del libero pensiero, divenuto salma attraverso una morte violenta. Sulla prima pagina, in bianco e nero, campeggia il titolo: «Un anno dopo. L’assassino ancora in fuga». Il killer è nientemeno che Dio.

Il disegno, firmato da Riss, ritrae un signore attempato, vestito di una tunica candida come la sua lunga barba. Sul capo, l’occhio incluso nel triangolo, simbolo della provvidenza. Senza dubbio, si tratta del Dio giudaico-cristiano. Ed ecco la nota stonata: a tracolla questo Dio porta un kalashnikov. La sua tunica e il barbone sono macchiati di sangue (unica traccia di colore - rosso - in tutta la vignetta).

Ora, l’intento è chiaro: quel titolo e quell’illustrazione stanno a significare che il monoteismo è assassino. Le religioni, nella visione atea dei satirici parigini, fomentano la violenza, dividono l’umanità e seminano discordia. Non c’è differenza, in questo senso, tra il cristianesimo e l’islam. Puro Charlie, dunque. Non bisogna stupirsi del fatto che il giornale se la prenda con le religioni, ed è abbastanza normale che abbiano disapprovato la copertina tanto la Conferenza episcopale francese quanto il presidente del Consiglio francese del culto musulmano Anouar Kbibech. Charlie ha sempre sfottuto allegramente papi e rabbini, preti e imam, e perfino i buddisti. Non ha mai fatto differenze tra gli uni e gli altri.

A un anno di distanza dalla mattanza che ha spazzato via scrittori e disegnatori di valore come Charb, Cabu, Wolinski e Tignous, però, bisogna notare che stavolta Charlie una differenza l’ha fatta, ed è piuttosto importante. Il Dio che appare sulla prima pagina - cioè il Dio di cristiani ed ebrei - è il Dio sbagliato. La verità incancellabile è che i satirici francesi sono stati macellati come bestie non da fanatici cristiani o ebrei o induisti. Ma da jihadisti. Da invasati musulmani. Allora perché quel «killer ancora in libertà» non ha i tratti di Allah o per lo meno del suo Profeta Maometto? Perché Charlie Hebdo ha deciso, ormai mesi fa, che non avrebbe più pubblicato disegni, vignette o caricature che ritraessero il dio degli islamici e il suo rappresentante in Terra. E sapete perché i nuovi direttori - a partire da Luz, che poi si è dimesso - e la redazione hanno preso questa decisione?

Primo, perché stuzzicando i musulmani ne hanno ricavato morte e distruzione. Secondo, perché sono stati completamente abbandonati in quell’orrore senza fine. Dopo il primo attentato, che nel 2011 distrusse la sede del giornale senza provocare morti, Charlie fu accusato di essere «irresponsabile». Già, perché se una rivista viene assaltata la colpa non è dei fanatici che la attaccano, ma degli intellettuali che li hanno «provocati». Non è di un libro sacro che invita a fare piazza pulita - fisicamente - degli infedeli, ma di chi si ostina a non portare rispetto per la fede rivelata.

Dopo il massacro dello scorso anno, il linciaggio fu ancora più spietato. E non stiamo parlando delle accuse e delle proteste giunte dal mondo islamico: quelle bisognava aspettarsele. No, ad accanirsi su Charlie Hebdo - nonostante i morti - furono giornalisti e intellettuali europei. Al settimanale fu assegnato il Premio Pen: un riconoscimento simbolico attribuito da un’associazione internazionale che da sempre difende la libertà di espressione. Bene, centinaia di scrittori - inglesi, americani, europei - si sollevarono e protestarono. Charlie non andava celebrato, anzi, andava biasimato per il suo atteggiamento sconsiderato e scorretto. Secondo le geniali menti d’Occidente, con le loro vignette i satirici francesi si erano macchiati di «islamofobia», si erano dimostrati intolleranti.

Risultato, la nuova redazione del giornale - abbandonata, dolorosamente segnata e rinnegata (ma forse ancora un po’ succube) dalla sinistra di cui ha sempre fatto parte, ha optato per l’autocensura. Niente più islam, niente più Maometto. Ecco perché sulla copertina che sarà in edicola dodici mesi dopo l’ecatombe jihadista è ritratto il Dio cristiano. Perché i jihadisti hanno vinto (e infatti hanno pure esultato in vari video diffusi su internet). Perché le istanze progressiste a favore dell’islamofobia hanno trionfato. Nei confronti dei musulmani, bisogna prenderne atto, il diritto di critica non vale. Su di loro, la satira che flagella l’Occidente dai tempi dei latini deve tacere. Di tutti gli dei si può ridere, ma non di Allah.

Su quella prima pagina c’è il Dio sbagliato. Un anno dopo, Charlie non è più Charlie. E tutti noi siamo meno liberi.

di Francesco Borgonovo

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Commenti all'articolo

  • civimar

    05 Gennaio 2016 - 14:02

    Charlie va solo bene se se la prende con il dio che piace a voi. La difesa della satira, la libertà di espressione.................ma andate a cagare !

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