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L'intervista

Ruggeri le suona a talent e cantautori: "Oggi De Andrè non verrebbe notato"

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Ruggeri le suona a talent e cantautori: "Oggi De Andrè non verrebbe notato"

Nell’Italia depressa di oggi, Enrico Ruggeri individua almeno un aspetto positivo. «Basta uscire di casa e guardarsi attorno: se si presta un minimo di attenzione, è veramente difficile non raccogliere elementi che consentano di scrivere una bella canzone o un bel racconto». Non solo racconto, ma vero e proprio romanzo - il terzo di Ruggeri dal 2011 - è La brutta estate (Ed. Mondadori, pp. 162, euro 15), giallo di ambientazione milanese il cui protagonista, Marco Taviani, è un giornalista sportivo con una moglie dalla quale si sta separando e una figlia di dieci anni con cui fatica a comunicare. La sua esistenza viene sconvolta da un evento che lo spingerà a trasformarsi in detective: l’efferato assassinio di un’anziana zia dalla vita apparentemente integerrima e che rivelerà invece un insospettabile e increscioso segreto. «A Taviani capitano due fatti: uno ordinario e unostraordinario», spiega Ruggeri. «Il primo è il fallimento del proprio matrimonio, il secondo il dover fare diretta esperienza di un delitto di sangue. Uno dei miei obiettivi è parlare di persone comuni alle prese con un avvenimento eccezionale, uno di quelli che si pensa accadano sempre agli altri».

Ha scelto di cimentarsi con un romanzo giallo perché è un appassionato del genere?
«Mi piacciono i gialli non strettamente legati alla risoluzione di un enigma, quelli in cui chi indaga risolve un caso annusando l’aria attorno a sé e immedesimandosi nelle psicologie degli altri personaggi. Penso a Poe e a Simenon, per fare due nomi. Il giallo, per me, è solo un pretesto narrativo: attorno a un delitto si sviluppano delle sensazioni forti e questo mi dà la possibilità di tirar fuori dai protagonisti cose che altrimenti resterebbero sepolte».

La brutta estate è quasi uno spaccato dell’Italia contemporanea.
«Sì, il condominio in cui viene commesso l’omicidio è una metafora del nostro Paese. E la vicenda, non a caso, è ambientata in una Milano estiva in cui però quasi nessuno è andato in vacanza. Quella del mio romanzo è un’Italia ridimensionata e che fa di tutto, anche ciò che non andrebbe fatto, per vivere al di sopra delle proprie possibilità. Un’Italia non sorridente e caratterizzata da una diffusa opacità morale».

L’unico rapporto che sembra improntato alla sincerità è quello che si instaura fra il protagonista e il commissario lombardo.
«Si tratta di due uomini soli a cui il delitto consente di incontrarsi e, paradossalmente, di far nascere - se non una vera e propria amicizia - una reciproca comprensione, una solidarietà umana».

L’amicizia virile è un rifugio rispetto alle difficoltà poste dalle relazioni sentimentali, come quelle vissute da Taviani con la moglie e, in seguito, con la collega Marta?
«Non generalizzerei. L’incontro tra Taviani e la sua collega non evolve positivamente per un motivo semplice: si tratta solo di una boccata d’ossigeno che i due si concedono».

A giudicare anche dai contenuti del suo ultimo disco, Frankenstein 2.0, uscito lo scorso anno, si avverte da parte sua l’esigenza di misurarsi con l’attualità.
«Ritengo inconcepibile, in un momento come questo, fare ancora riferimento a vicende minime o a microcosmi privati. E invece continuo a imbattermi in testi a base di “A me piaceva lei” o “Tu sei andata con lui”...».

L’industria musicale coincide ormai quasi del tutto con i talent show televisivi.
«I meno colpevoli di questa situazione sono proprio i ragazzi che da tali trasmissioni vengono lanciati. Le case discografiche non hanno più soldi per fare investimenti a lungo termine su un musicista o un cantante e così chiedono aiuto alla tv, la quale fornisce loro delle “star” a cui è già stata garantita la promozione. Se uno passa da X Factor o da Amici diventa famoso prima ancora di avere realmente iniziato il suo percorso artistico».

Chi emerge da un talent non dura quasi mai a lungo.
«I successi non effimeri sono nati sempre in maniera graduale: l’esordio in un locale, un primo disco che magari non aveva venduto bene, ma era stato notato da un produttore provvisto di intuito e competenza. Oggi il processo è inverso: questi esordienti vengono trattati da divi senza avere un repertorio alle spalle. Poi nei talent show, per forza di cose, si tende a privilegiare chi canta meglio. Ma se uno è sulla breccia da trent’anni non è perché canti bene bensì perché ha delle cose da dire: la gente non ascolta Vasco Rossi, Conte o Battiato in virtù del bel canto, ma perché si riconosce in ciò che questi artisti, da decenni, sanno proporre».

Ritiene possibile un’inversione di tendenza?
«Ne dubito. Se oggi apparisse un nuovo De André, sarebbe un fenomeno di nicchia».

È deprimente.
«Sono momenti storici diversi».

Che ne pensa del nuovo cantautorato?
«Premesso che comporre una canzone oggi è molto più difficile di quanto non lo fosse trenta o quarant’anni fa, perché nel frattempo sono stati scritti migliaia di nuovi brani e sperimentate migliaia di combinazioni, qui vedo un problema ulteriore».

Quale?
«Il compiacimento del proprio elitarismo. È un fatto che da nessuno dei nuovi musicisti sia ancora arrivato un pezzo capace di lasciare il segno. Uno di quei pezzi che è impossibile non amare».

di GIUSEPPE POLLICELLI

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