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Intervista doppia

Tormento e Primo: quando l'hip hop tira fuori i pugni

Tormento e Primo

di Marta Macchi
@LadyTibi

Così diversi, eppure così simili. Quando ti ritrovi davanti questi due pesi massimi dell’hip hop italiano, non puoi che provare un piccolo fremito di emozione per ciò che, con la loro musica, rappresentano. Hanno solcato alcuni tra i palcoscenici più importanti, hanno fatto cantare migliaia di persone, hanno ritirato premi e scritto con le loro mani, e voci, la storia di questo genere musicale. Hanno commesso errori, hanno imparato qualcosa da ognuno di essi e alla fine, come cantava 2Pac in Ghetto Gospel, sono diventati migliori. Tormento e Primo, al secolo Massimiliano Cellamaro e David Berardi, ex Sottotono e Cor Veleno, si sono sempre distinti nel panorama rap italiano e, pur facendo scelte stilistiche differenti nei loro testi, hanno sempre primeggiato segnando così un destino comune. Era scontato quindi che, prima o poi, avremmo avuto la fortuna di ritrovarli, sul ring, di fronte ad un mic insieme. E’ come se Muhammad Ali e George Foreman, in quella magica notte a Kinshasa, avessero deciso di sfilarsi i guantoni dimenticando The Rumble in the Jungle e si fossero stretti la mano dando vita a qualcosa di davvero imprevedibile. Così i due MC hanno creato un connubio perfetto e un album, El Micro de Oro, inedito sia nelle sonorità inesplorate sia nei contenuti. Un disco, insomma, destinato a girarti in testa come un Boomerang. La west coast incontra la east, le musicalità tipiche del soul si intersecano con il ritmo serrato del rock e colui che “passava ore e ore scrivendo canzoni d’amore” si scontra, amalgamandosi come in una sinestesia sensoriale, con il “negro mancato con lo stile hardcore”. Qualcuno sostiene che, come vale per gli atleti, a una certa età bisognerebbe ritirarsi dai palchi e andar oltre ma loro, alla soglia dei quaranta, non ne hanno alcuna voglia e, per il loro primo lavoro a quattro mani, tirano fuori i pugni e non risparmiano nessuno. Questi due moderni Peter Pan, nonostante le ferite, non hanno proprio intenzione di smettere e, come quel fanciullino pascoliano, trovano – nella loro arte - la suprema bellezza e la forza per andare avanti. Li abbiamo incontrati e, tra botta e risposta esilaranti, ganci portentosi, discorsi seriosi, diretti e pura poesia… Tormento e Primo ci hanno svelato un loro lato davvero inaspettato. Noi li abbiamo messi, metaforicamente, a nudo ed ecco cosa ci hanno raccontato questi due antidivi del rap.

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Partiamo dai numeri. Questo primo album insieme ha avuto successo...
Primo: "Sì, è entrato in classifica Fimi al 14esimo posto ed è stato inaspettato anche perché non c'erano altri dischi rap in classifica in quel momento".
Tormento: "Dobbiamo ringraziare il pubblico perché è un album underground e quello che ci hanno dato è un supporto che non puoi dare per scontato".

E, infatti, El Micro de Oro è bello cattivo. Magari è piaciuto così tanto proprio perché nel panorama hip hop odierno manca un po’ di sana cattiveria?
P: "Sì, perché la cattiveria che c'è adesso in giro è un po' fake, un po' patinata. Si vede anche nella differenza tra come il mainstream accoglie il rap più cattivo, quello fatto in un certo modo, piuttosto che altro. A me hanno sempre detto: "Ah il vostro modo di essere cattivi è più realistico delle cattiverie gratuite di un altro tipo di rap da classifica". Perché il rap più cattivo da qualche anno è stato sdoganato rispetto al passato quando noi abbiamo iniziato e a quando ci dicevano che certe cose non si potevano dire. Adesso son partiti con le lucertole aperte (Applausi per Fibra, Fabri Fibra nrd) e tutte queste cose qua, Fibra e tutto il resto... anche se, in realtà, quando ad un pezzo gli dai veramente quel gusto un po' più hardcore, la cosa è ancora pesante e c'è ancora quel bigottismo tutto italiano che viene fuori".
T: "E, infatti, i nostri messaggi sono sempre diretti ma anche sottili perché l'album affronta delle problematiche vicine anche a chi è un po' più adulto. Quindi si, l'album è cattivo ma magari per un 14enne non è abbastanza cattivo. Ci vorrebbe la cattiveria gratuita, noi invece siamo un po' più taglienti su quella che è la realtà".
P: "Non volevamo usare la cattiveria in maniera gratuita. Come dice Torme, volevamo che fosse una cosa fatta con cognizione di causa. Abbiamo parlato di cose che ci toccano in prima persona e finalmente le abbiamo potute condividere anche con una fascia d'età più vicina alla nostra, perché c'è tanta gente della nostra età che ha voglia di ascoltare il rap...".
T: "E non si sente rappresentato dalla scena..."

Come dite, c’è molto di voi in questo lavoro a quattro mani. L’hardcore di Primo incontra il soul di Torme, la west coast si intreccia con la east… Insomma, è la vostra unione che rende questo album unico.
T: "Primo ha quell'attacco tipico del rock, quell'anima veramente Cor Veleno, io invece rimango un po' più soul e per assurdo le due cose non dovrebbero coincidere, né convivere bene e invece riescono a creare una bella alchimia".
P: "In questo modo ci completiamo. Abbiamo affrontato questo disco in un modo che non sembrava affrontabile e invece, alla fine, dopo un bel po’ di tempo il disco è venuto fuori".

Una lavorazione durata due anni, vero?
P: "Sì, cercando una formula che potesse far convivere le due diverse anime senza forzarle più di tanto. All'inizio c'era l'idea che non si potesse fare proprio per questioni di forzatura tecnica e invece è bastato vedere come le nostre voci potevano collaborare creando un effetto mai sentito che poi ci ha portato a continuare a fare pezzi e a dare un filo conduttore di questo genere in tutte le tredici tracce.

E qual è la vostra traccia preferita?
P: "Per me, al momento, “Il cuore e la penna”, ma mi piacciono tantissimo anche “Amore di strada” e “Caramelle”. Amore di strada perché c'è una storia vecchia legata a questo pezzo e, inoltre, mi piace come Torme affronta il tema dell'amore di strada nella maniera signorile che solo lui ha, mentre caramelle mi piace perché tira fuori un mio modo di scrivere che avevo abbandonato da un po' di tempo e che è la mia parte un po' più...".
T: "Lover…" (ride nrd).
P: "Sì, che pensavo non mi si addicesse più di tanto. E poi quando ho proposto il pezzo a Torme, lui ha messo proprio la ciliegina che mancava".

In un panorama hip hop sempre più plastificato il vostro disco è invece una botta di carica: un album che fa riflettere... C'è ancora speranza per il rap italiano?
T: "Più che per il rap bisogna chiedersi se c'è ancora speranza per l'Italia. Vent’anni fa l’hip hop è stato abbandonato perché era una cosa per ragazzini mentre in tutto il mondo, invece, faceva da collante per diverse culture. Oggi l'Italia si ritrova a un bivio: la Germania, la Francia e l'Inghilterra sono andate da un’altra parte, noi invece siamo rimasti seduti a guardare. Ecco perché questo disco è altamente hip hop: perché guarda alla realtà reale del paese, ai problemi che uno può avere avvicinandosi ai quarant’anni come per esempio non trovare un riscontro nei media, nella propria cultura, nei concerti della propria città, non avere dei locali dove andare o dei punti d’incontro culturali con i propri coetanei. Il disco, quindi, parla della plastica che c'è nell'hip hop come fotografia della plastica che c'è nella società. Se ci sono manifesti di donnine nude in giro per la città ovvio che poi tutti i video rap avranno donnine nude e parleranno più che altro di quello. Il bello non è prendersela con l’hip hop italiano di oggi ma chiedersi perché i ragazzi 17enni di oggi in Italia hanno tutti, o almeno la maggior parte, questo tipo di mentalità. Perché le ragazzine si vendono per 50 euro a dei vecchietti? Sono veramente cose gravi date dalla cultura che ha preso piede in Italia da 15 anni. E questo si rispecchia anche nella musica…".
P: "E noi volevamo darne un'altra di foto. L’hip hop ci ha sempre dato la possibilità di conoscere delle persone nuove e in città lontane da noi, ci ha fatto rimanere in contatto con la gente. Questa cosa succede con ogni lavoro che facciamo e vedere che c'è questo collante umano, anche grazie a un disco, è una cosa che non vogliamo farci sfuggire. Vogliamo andare oltre all'incomunicabilità che c'è tra le persone che si manifesta anche nella grossa necessità di parlare attraverso i social network, fare incontri finti attraverso cose che filtrano i rapporti umani veri. Con la nostra musica vogliamo dare anche un motivo per incontrarsi faccia a faccia ai concerti. Per questa ragione abbiamo voluto fare gli instore del disco…".

Infatti non siete tipi da instore...
P: "Infatti no. Però molti ragazzi ci hanno detto: "Che bello che vi fermate a parlare, che ci chiedete se ci è piaciuto il disco" a noi però sembrava una cosa normale da fare".

E forse è qui la differenza con altri rapper...
P: "E infatti ci dicevano: "Molti ostri colleghi neanche ci dicono ciao, firmano e ci mandano via". Però noi non siamo proprio i tipi. Lo vedi? Siamo logorroici (ridono. Nrd.)".

Parliamo di politica. Questa domanda l’abbiamo fatta anche a Mondo Marcio… Se foste rispettivamente Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio, quali sarebbero i vostri primi provvedimenti?
T: "Io partirei dall'Expo 2015, visto che è tutto sull'ambiente ma nessuno lo sa. Partirei con l’insegnare ai ragazzi cosa realmente mangiano, dove comprano da mangiare, cosa vuol dire agricoltura biologica e qual è la differenza tra quello che puoi comprare in giro o fare invece delle scelte ponderate sul cibo. Mi avvicinerei alle associazioni, con cui io lavoro tanto, perché anche in città ricche come ad esempio Firenze non ci sono strutture adeguate per i ragazzi: non hanno né computer per fare andare i giovani su internet, né libri. Io sposterei l'attenzione più su queste cose qua, come l'educazione ambientale vera che i nostri figli dovranno avere visto che abbiamo distrutto il pianeta con le nostre scelte: dai vestiti che compriamo, al mangiare d cui ci nutriamo… così facendo alimentiamo dei mostri di multinazionali. Vorrei che s’iniziasse a capire come la vita, a livello umano, possa essere migliore".

Presidente del Consiglio?
P: "Io chiuderei gli stadi al calcio e li aprirei alla musica. Faccio l'esempio specifico del calcio perché a Roma abito vicino allo stadio Olimpico e ultimamente quando devono fare una partita di calcio mi chiudono tutto il quartiere e rinchiudono le persone che vanno alla match dentro una specie di gabbia: li mettono lì, li fanno ammazzare di botte tra di loro e poi raccolgono i corpi quando è finita la partita. E siccome di sport in questo non c'è più niente, mi chiedo perché determinate strutture siano ancora usate per delle cose esclusivamente legate al lucro quando invece gli spazi per la musica, anche quelli intermedi non per forza quelli giganteschi, mancano completamente. Poi io ho delle idee che sono molto più superficiali di quelle di Torme perché forse mi fumo le canne…". 

Quindi parliamo di legalizzazione?
P: "Sì, anche su questo Torme m’insegna un sacco di cose, come per esempio non ragionare in maniera separata e quindi mi apre la mente. A parte i discorsi che facciamo noi nei pezzi e li facciamo magari da rapper e per divertimento, però ci teniamo sempre - anche quando suoniamo dal vivo - a tirare fuori la chiave importante della cannabis come l’uso a scopo terapeutico. La legalizzazione, come è successo in altri Paesi europei, potrebbe dare una svolta al mercato e via dicendo. Quindi su questo argomento stiamo molto attenti…".

Ora però mi dovete spiegare questa rima presente nel vostro pezzo Governo Ombra: “Governo ombra che ride degli sforzi e fatiche, dei mostri che incarnate per assomigliare a mezzi leader, stronzi da incantare con il flauto. Il mio lo puoi succhiare Cuccarini, Pippo Baudo”.
P: "Certe volte io scrivo delle robe solo perché mi suonano bene, devo essere onesto. Poi il senso ce lo trovo io e ce lo trova chi ascolta. Mi piace pure che certe cose non siano così dirette da dovergli attribuire io un senso. Mi piace che la gente gli dia il suo. La prima parte della rima si riferisce al fatto che molte volte il governo ombra te lo crei pure tu da solo quando ti devi muovere dall'ombra dell'ufficialità, quando sei costretto a partire appunto dall'underground, dal sotto terra, e muovere i fili del tuo governo. Si parla di quello che devi fare da solo per non sottostare alle regole imposte, come ad esempio dover avere per forza i tatuaggi, dover avere i capelli in un certo modo, dover essere uniformati ad un certo tipo di immagine che dichiari apertamente che tu hai avuto successo. Per mostri si intende questo, si intende il fatto che molta gente pur di assomigliare a qualcosa che ha avuto successo si rende identico, si rende conformato e si rende un soldatino. E’ una cosa che cerchiamo di combattere attraverso la libertà estrema, attraverso quello che diciamo nei pezzi. La rima dopo prende per il culo questa cosa qua... è un po' come il pifferaio magico, si suona il flauto e tutti ballano e per questa ragione la rima dopo dice: "Con me non ci riesci, mi lo puoi succhiare piuttosto". Questo è il senso...".

Dite che il governo ombra è anche un qualcosa che ci si crea pur di arrivare al successo. Il vostro è un album underground quindi, per passare allo step successivo con major e tutto il resto è necessario scendere a patti? Per esempio mi viene in mente Fibra…
T: "Io ho avuto esperienza diretta ai tempi. I Sottotono erano una cosa che si vendeva e tanto ma in realtà eravamo proprio noi: la semplicità del 17enne. Io ero davvero così, scrivevo canzoni d'amore e le basi di Fish (ex dj del gruppo Sottotono oggi producer hip hop. Nrd) erano innovative. Inoltre, in quel preciso momento storico tutti si concentravano più su uno stile east mentre noi siamo usciti con queste robe più morbide… Quindi io in realtà non ho mai avuto questa sensazione di passare ad una major e cambiare per questo. Poi come dici te succede e lo vedi succedere in tanti artisti. Mi piace però pensare che venga fatto per riuscire a comunicare con più gente. Per esempio se io parlo in un certo modo in una strofa, so già che quella strofa è per un pubblico più underground mentre se invece scrivo in maniera un po' più dolce, un po' più morbida, senza parolacce questo mi permette di parlare a più persone e quindi di diventare quasi più pop. Spero e penso, quindi, che se un artista ha la possibilità di lavorare con una major sa che avrà anche un bacino un po' più ampio di pubblico quindi magari cerca di essere meno settoriale e preferisce parlare a un po' più di gente. Poi come dici tu, c'è la possibilità di diventare quasi elementari e un po' troppo stupidi quindi di perdere poi il cuore della cosa. La capacità sta in questo. Almeno io l’ho imparato dai jazzisti, che sono dei musicisti molto chiusi, alcuni cercano e vogliono avere un linguaggio che sia più pop e che arrivi a più gente, ma questo non vuol dire per forza snaturarsi o perdere il proprio genere. Spero che sia più questo… La voglia di arrivare a più persone".

Non mi hai convinta...
T: (ride. Nrd.)
P: "Per l'esperienza che abbiamo fatto con il progetto dei Cor Veleno posso dirti questo: abbiamo fatto tre dischi autoprodotti fino a quando Sony Music non ci ha cercato. Ci hanno chiamato e ci hanno detto: "Vi abbiamo cercato noi perché avete fatto tutto quello che potevate fare nell'underground e adesso c'è bisogno di spingere i Cor Veleno e di massificarli". Questa era la volontà iniziale da parte loro, solo che poi hanno iniziato a chiederci delle cose che non rispecchiavano affatto quelle che erano le nostre attitudini. Secondo me poi sta al singolo artista, individualmente, capire come il proprio carattere si possa adattare a una situazione del genere. Il talento sta pure nel saperli accettare i compromessi, senza per questo snaturarsi. Io, quando hanno iniziato a chiedermi determinate cose, arrivavo ad un certo punto e poi non riuscivo più ad andare oltre. Quindi l'ho letta anche come una cosa limitante, come un limite mio e allora ho messo le mani avanti e ho detto: “No grazie”. Ho potuto vedere com'era lavorare nell'underground e lavorare nel mainstream e ho detto: “Se queste sono le vostre richieste io non ce la faccio”. Non ho dato colpe a loro, mi sono semplicemente preso la responsabilità del fatto che forse quello non era l'ambiente più adatto per massificare la nostra cosa anche perché la nostra musica ha sempre avuto il pregio, in un modo o nell'altro, anche nella sua durezza, di muoversi in modo trasversale. Quindi oggi possiamo fare la musica con un po' più di consapevolezza e sapere che, se dovessimo lavorare ancora con una multinazionale, ci arriveremmo con le spalle un po' più larghe così da fare meno errori da parte nostra, ma anche con un po' più di severità nei confronti loro. Perché non è facile con l'età che passa e l'esperienza che hai. A un certo punto hai sempre meno voglia di dire di si a qualsiasi cosa ti venga chiesta. Inoltre subentrano anche delle fasi burocratiche perché quando un'etichetta compra un disco, il disco è suo e tu diventi di loro proprietà anche a livello di immagine. E come fai a far combaciare queste imposizioni con una persona di 37 o 38 anni che ha fatto già il suo percorso e sa benissimo come vuole esporsi davanti ad una telecamera o di fronte ad un'intervista? Quindi preferisco continuare a fare quello che voglio al 100% e grazie agli studi di registrazione, ai mezzi autosufficienti e al web ormai ci siamo messi nella condizione di poterlo fare".

Parliamo dell’album: tantissimi i featuring. Da Esa, Polare, Coez, Salmo, Mezzosangue, Grandi Numeri, Santiago eccetera. C'è qualcuno invece con cui avreste voluto collaborare, sia rap sia no, che non è presente?
P: "Ci doveva essere Nitro nel disco ma ci ha dato buca...".
T: "Sì ma perché sta facendo un sacco di cose...".
P: "Infatti, è un nostro amichetto eh... ma sta a fà uscì il disco nuovo ed è super impegnato. Le nuove generazioni stanno sotto un fuoco molto più forte del nostro se ci pensi... Infatti molte etichette discografiche e molti addetti ai lavori la ragionano un po' come per i calciatori in questo ambito. A noi dicono: “Ma voi avete 37 anni non avete più l'età per scendere in campo” e invece si rivolgono in maniera molto ossessiva e forte nei confronti delle nuove generazioni. Oggi si parla molto dei nuovi 20enni che si avvicinano al rap. Io, alla loro età, potevo solo sperarlo di esprimermi nella maniera in cui si esprimono Mezzosangue o gente tipo Nitro e quindi è giusto che siano bombardati di richieste e... mi sono perso!".

Ok, riformuliamo: qualcuno con cui avreste voluto collaborare, magari anche una voce italiana non rap.
P: "Mmh no. Ho visto molti big della scena italiana che fino a dieci anni fa se tu cercavi una collaborazione ti davano proprio un bel calcio in culo e ti dicevano: "Tu rubi la musica, tu campioni, io suono, io vengo dal conservatorio, io sono intonato..." Adesso che hanno perso pubblico perché la gente si è un po' rotta le palle delle canzoni tutte uguali come Liguabue, Nek, o Biagio Antonacci, o come quelli che escono solo per Sanremo e poi non li vedi più per tutto l'anno… sono loro che stanno cercando le collaborazioni. Però molto spesso non per lo spirito di fare musica ma per prendersi il pubblico dei generi musicali nuovi. I proseliti che sta facendo l'hip hop sono proprio l'esempio di questa cosa. Quindi io avrei un po' paura a fare collaborazioni con artisti del rock o del pop italiano...".

E altri rapper niente? Non so mi viene in mente un Turi (rapper, dj e producer)...
P: "Turi non è uno che butta fuori ogni mese cose nuove o un mixtape... ma Turi è un'artista che si studia di più il progetto e lo porta a termine a 360 gradi e poi, decide di farlo uscire. Io con Turi già ci ho collaborato ai tempi di Robba Coatta del Piotta e a livello di dischi solisti è uno di quelli che mi piace di più nel panorama hip hop italiano. Quindi hai fatto un nome proprio giusto, che sarebbe stato bello avere ne El Micro ma nella difficoltà di mettere insieme noi due molti sono rimasti fuori dal gioco, però facciamo un genere che anche domani ci può permettere di fare un pezzo insieme".

Voi, nella vostra vita artistica possiamo dire che ce l'avete messa tutta. Cosa consigliereste a chi in questo momento si misura con i propri sogni e non riesce? Per voi è stato un percorso duro ma alla fine…
P: "E' che noi tanti sogni non li abbiamo ancora realizzati è per questo siamo in pompa magna con la musica ancora. Perché lei continua a sceglierci per esprimersi e noi dobbiamo essere all'altezza quando lei vuole esprimersi attraverso noi. Io tanti sogni li sto realizzando adesso, tanti live veramente fighi li sto facendo adesso rispetto anche a quando ero più giovane, quando non c'erano tante possibilità e le cose erano organizzate anche con mezzi minori e secondo me il bello deve ancora arrivare...".
T: "E sarebbe bello che anche i ragazzi la vedessero così. Cosa vuol dire riuscire? Molti ci stanno provando e non riescono. Magari non riescono ad avere il successo, a diventare ricchi e famosi. Bisognerebbe invece studiare e cercare di fare musica sempre più bella… poi diventa una cosa naturale se tu la fai tutti i giorni. L'ottica per riuscire è studiare veramente bene, invece oggi ci si tende a bruciare gli step, a voler diventare famosi per forza. Per noi lo studio ha funzionato: grandi successi, grandi cadute e poi ti accorgi che il successo non è quel momento lì in cui eri famoso, ma il successo è quando tu riesci a fare una bella canzone o a fare qualcosa di nuovo che fino a quel momento non ti veniva. E vedrai che, se metti tanta esperienza assieme, giorno dopo giorno, dopo un po' di anni diventi quasi un guerriero imbattibile… al di là del successo o no. A quel punto sei un bravo musicista e tutti te lo riconoscono. Vent’anni fa mentre tutti ci dicevano: “Trovatevi un lavoro fisso” noi, invece, abbiamo scelto le nostre passioni e quindi il gol alla fine non è arrivare a fine mese ad avere uno stipendio molto ricco ma essere bravo in quello che fai e farlo bene che poi è quello di cui avrebbe bisogno l'Italia. Oggi se sei bravo nel tuo lavoro non conta niente, se sei ricco è importante mentre il bello sarebbe spostare un po' più l'attenzione sulle proprie passioni, che vada bene, che vada male.. giorno dopo giorno".
P: "E' che la gente vede questo come un'utopia e va ribaltata questa cosa...".
T: "Anche perché noi la facciamo...".
P: "Non è utopia, una volta che ti rialzi dal fango sai che lo puoi rifare. Sai che più è difficile, più è forte la caduta, più se vuoi, puoi rialzarti ancora. Ed è quello il tuo successo personale perché tanto il resto è effimero, tutto passa, tutto è legato al tempo, tutti invecchiamo ma l'importante è che tu rimanga al passo con i tuoi sogni non mollandoli mai. Non li tenere nel cassetto... liberali…".
T: "A noi dicono che sembriamo dei ragazzini a quarant’anni e forse è aver vissuto così che ci tiene più in forma".
P: "Anzi siamo più in forma di quando avevamo vent’anni perché adesso c'è la consapevolezza che ci tiene in forma, la consapevolezza di sapere che se fai questa cosa ne succederà un'altra... nel bene e nel male".
T: "Anche perché i ragazzi vogliono diventare famosi nella musica, però non sanno cos'è ufficio stampa, un manager, un contratto. Prima ancora di avere successo c'è tutto questo contro cui dovrai sbattere la faccia".
P: "Io mi ricordo che quando avevamo sottomano i primi contratti a vent’anni esultavamo. Adesso quando arriva un contratto passo un mese a leggerlo, a cercare di capire in che modo mi vogliono fottere".
T: "Ed è strano vedere come in Italia, dove l'hip hop c'è da vent’anni, si tenda - invece di chiedere a noi che tutte queste robe le abbiamo già fatte – a vedere il nuovo come una novità… Come se il vecchio non ce l'avesse fatta. Mentre invece siamo sopravvissuti. E’ una questione di origini. Per esempio, anche oggi tutti questi ragazzini con la cresta devono ringraziare i punk che negli anni ‘70 hanno preso le mazzate per difendere il loro modo di esprimersi e così i rastafariani con i dreads. Oggi tutti si fanno la cresta ma lo possono fare solo perché qualcuno prima di loro ha fatto una rivoluzione e lo stesso vale per l’hip hop. E’ un linguaggio che abbiamo sdoganato noi quindici anni fa e oggi se si possono dire certe cose...".

Dieci anni fa v’immaginavate di essere a questo punto?
T e P. "Noooo...".
P: "Non ho mai immaginato me stesso proiettato nel futuro. E’ una cosa che di carattere non mi appartiene e più passa il tempo, più sono contento di non farlo perché, il proiettarmi in avanti, mi trasmette solo paranoie. So che il futuro è tra un minuto, quello che faccio adesso per arrivare al minuto dopo, neanche al giorno dopo. Ho questa sensazione del tempo che passa, perché quello che succede in un minuto può cambiare la vita. Mi rimbocco le maniche per vivere al meglio il momento e so che mi porterà da qualche parte...".

Quindi non sapete se tra dieci anni ci saranno ancora Primo e Torme...
P: "Tra dieci anni faccio rap, sto qua, sto in forma.. se qualcuno non mi ha sparato nel frattempo sto ancora sul palco. Sì, avrò più acciacchi fisici ma anche più consapevolezza".

Allora sì, che vi diranno che siete vecchi. Ma poi gli artisti non rimango sempre giovani?
P: "Ma sì, perché la musica non ti fa dimenticare il bambino che c'è in te. Molta gente è costretta a scordarsi l'attitudine fanciullesca che invece fa bene a tutti quanti. Molti per il tipo di lavoro che scelgono e di cui diventano schiavi, la fatica che sono costretti a fare per arrivare allo stipendio a fine mese, non si possono permettere quella cosa che ti fa fare la musica e cioè di farti continuare a sognare, di tenerti nella dimensione del bambino che continua a stupirsi di tutte le novità. Invece grazie ad un certo tipo di ascolto e motivo della musica io mi trovo ancora a stupirmi per delle cose che, quando parlo con dei miei coetanei, loro definiscono scontate. Io invece ho quello stupore proprio dei bambini che vorrei mantenere vivo dentro di me. Ed è qualcosa che vorrei ancora tra dieci anni… per riuscire a sopravvivere".

La musica vi mantiene giovani dunque. E quindi quando sul palco?
P: "I live de El Micro de Oro sono partiti. I prossimi già certi saranno l’8 giugno Bologna al The Jambo e il 3 luglio ad Ome, Brescia, al Somefest. Il palco è la dimensione che ci piace di più perché molti pezzi del disco sono stati pensati proprio per questo".
T: "Abbiamo anche addestrato un bel pubblico. Quando arriviamo, sappiamo già che sono preparati e non c’è cosa più bella che vedere che il pubblico ci sta seguendo in questo disco anzi, lo cantano a memoria già dopo poco che è uscito".
P: "Dal vivo la risposta è proprio figa perché c'è quello scambio energetico per cui tu gli dai un tot e loro te lo ridanno potenziato".

Possiamo sperare in un El Micro de Oro parte seconda?
T: "Ce lo stanno già chiedendo in tanti ma noi vogliamo girare questa sfida al pubblico. Noi produciamo musica a priori ormai da anni ce la paghiamo noi Anche questo disco è costato economicamente e in termini di sacrifici in primis a noi due e quindi chiediamo al pubblico un riscontro".
P: "Vorremmo che questo disco restasse nel tempo, quindi già parlare ora di un secondo capitolo è una cosa un po' azzardata. Chiaramente se la gente ci fa sentire il giusto trasporto e ci dà un appoggio concreto venendo alle date e godendosi la musica dal vivo… Nel momento in cui capiremo che non è un qualcosa usa e getta ma qualcosa che resta sicuramente ci troveremo a fare delle cose nuove. Per il momento però ci godiamo questo di Micro de Oro".

Progetti personali?
P: "C'è Squarta (dj e beatmaker parte, insieme a Primo, del gruppo Cor Veleno. Nrd) che mi dice sempre di fare il nuovo disco ufficiale di Primo, lui vorrebbe produrre, proprio da produttore esecutivo, il mio nuovo lavoro solista, però è qualcosa che sta iniziando a prendere vita solo nella mia testa. Ho scritto già qualcosa ma tutto quello che scrivo mi piace buttarlo nei mixtape e farlo uscire il giorno dopo. E’ più questa la forma creativa che mi piace adesso, delle cose un po' più light, qualcosa di cotto e mangiato".
T: "Io ho in lavorazione un mezzo album con Shablo (dj e produttore discografico. Nrd). Qualcosa di super soul quindi tornerò a essere un po' più Tormento e meno Yoshi".

Ok. Invertiamo un po’ i ruoli adesso. Fatevi una domanda e datevi una risposta a vicenda…
T a P: "Perché sei sempre così incazzato?".
P: "Mi stanno sul cazzo il 99,9% delle persone che becco in giro e più passa il tempo più non lo vedo come un difetto ma come una forma di rivalsa mia personale nei confronti delle cose che non piacciono e che sono di più di quelle che mi piacciono. Sono uno a cui piace lamentarsi anche quando le cose gli vanno bene, non mi soddisfa niente di quello che ho intorno e quindi è per questo che mi brucia il culo".
P a T: "Ora tocca a me. Come fai a d essere sempre così zen? Insegnamelo".
T: "E' una leggerezza che mi porto dietro sin da piccolo".
P: "Che, infatti, a me aiuta perché per esempio mi basta parlare con Torme in studio del più e del meno e ritrovo una sorta di calma interiore. Quindi ci tengo a ringraziarlo".
T: "Un po' è il mio carattere e poi ho voglia di essere sempre easy, di non arrabbiarmi. C'è già troppa violenza in giro e chi, come me, è sensibile l'accusa di più. Penso di averla accusata quando ero piccolo e quindi adesso cerco in qualsiasi modo di non farmi infastidire anche se poi anche io sono spesso arrabbiato. Però cerco di riportare tutto alla tranquillità. A Primo e a tutti dico: andate a fare delle passeggiate sotto ai pini che così vi rilassate!".

Marta Macchi
@LadyTibi

le foto sono di Sara Cimino

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