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L'editoriale

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di Maurizio Belpietro

Giulio Bucchi
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Giovanni Brusca ha un soprannome che dice tutto: lo scannacristiani. Nel libro-intervista in cui racconta come uccise Giovanni Falcone e la sua scorta, sostiene di non aver presente neppure quanti ne ha fatti fuori. Più di cento, ma sicuramente meno di duecento, dice. «Ancora oggi non riesco a ricordarli tutti e di molti ho dimenticato il nome», confidò a Saverio Lodato, il giornalista che lo interrogò. Insomma, quel che si dice un tipo per bene. Soprattutto simpatico. Questo tipo, a quindici anni dal suo arresto e dal suo pentimento, si è pentito un'altra volta e dopo aver testimoniato in vari processi e aver svelato ogni dettaglio della sua vita in un volume, ecco presentarsi a testimoniare a Firenze per la strage di via Georgofili e annunciare un altro paio di rivelazioni. La prima riguarda Nicola Mancino, l'ex ministro dell'Interno negli anni delle bombe di mafia. Secondo Brusca fu a lui che Totò Riina consegnò il famoso papello, cioè le richieste allo stato in cambio dello stop agli attentati. Vero, falso, non si sa. Sta di fatto che proprio in quel periodo fu allentato il carcere duro per molti boss, una delle principali misure sollecitate dal capo dei capi. L'altra notizia lasciata cadere da Brusca  nella sua deposizione riguarda invece, manco a dirlo, Berlusconi. Secondo l'uomo che ordinò di sciogliere nell'acido il figlio quindicenne di un pentito, il Cavaliere fu da lui contattato nel 1993 tramite Vittorio Mangano, l'ex stalliere di Arcore. Al futuro premier  lo scannacristiani avrebbe fatto arrivare la richiesta di alleggerimento del 41bis offrendo in cambio la sospensione delle stragi.  E il tramite fra Mangano e Silvio sarebbe stato Dell'Utri, il quale dopo la condanna per mafia è un po' come Bin Laden, tutti gli attentati gli vengono attribuiti. La testimonianza del pentito non pentito (sul suo passaggio al servizio della giustizia restano molti dubbi) in noi desta qualche perplessità. Non solo perché nel 1993, quando Brusca si sarebbe rivolto a Berlusconi, questi era ancora un imprenditore e non aveva alcuna possibilità di allentare o indurire il carcere duro. E neppure perché il governo del Cavaliere è quello che più di tutti ha usato il pugno di ferro contro i boss, rendendo definitivo il 41bis. Ma in quanto Brusca ci pare un pentito a gettone, uno di quei testimoni che suona la musica che pm e giudici vogliono sentire, sperando così di guadagnare qualcosa, magari uno sconto di pena oppure qualche altro vantaggio. Nel settembre del 1996, fresco di gattabuia, la gola profonda delle procure svelò ai pm di Palermo che prima delle elezioni del '94 lui aveva provato a cercare un aggancio con Berlusconi, ma lo stalliere gli disse che non era possibile e gli fece sapere più nulla. Un anno dopo Brusca però cambiò versione, raccontò a un altro magistrato che il messaggio giunse al Cavaliere, ma disse di non sapere chi fosse stato il tramite. Passano quattro mesi  e il pentito si ripente, dichiara proprio a Firenze che Cosa nostra avrebbe voluto contattare Silvio, ma aggiunge di non sapere se «questa cosa sia arrivata a Berlusconi o no».  Dopo aver meditato un po' sulla cosa, nel settembre di dieci anni fa, Brusca ripete ad Antonio Ingroia di aver cercato, verso la fine del '93, di far arrivare a Berlusconi il messaggio, precisando che Mangano non gli parlò mai di Dell'Utri.  Messa così l'accusa non vale una cicca, tanto che la pubblica accusa se la prende male e liquida il collaboratore di giustizia  come «uno che dice e non dice».  Ma ecco che improvvisamente fra la fine del 2010 e l'inizio del 2011, quando rischia il programma di protezione che lo Stato gli ha concesso, allo «scannacristiani» torna la memoria  e dichiara che Leoluca Bagarella gli chiese di contattare Dell'Utri tramite Mangano, in modo da arrivare così a Berlusconi, versione che più o meno ha ripetuto ieri. Ora, lo chiariamo a scanso di equivoci e di querele, noi non pensiamo affatto che i pm abbiano messo in bocca a Brusca le parole contro il premier.  Lungi da noi  anche il più piccolo sospetto che un magistrato della Repubblica voglia incastrare qualcuno se non a fini di giustizia. La domanda che ci facciamo è un'altra: non è che i pubblici ministeri  'sti pentiti li prendono un po' troppo sul serio e ogni tanto si fanno portare in giro, su e giù per l'Italia, a caccia di misteri? Dalle parti di Palermo e dintorni troppe volte abbiamo letto di collaboratori di giustizia che hanno rifilato alle procure sonore patacche. È accaduto con Vincenzo Scarantino, la gola profonda usata nel processo Borsellino, le cui accuse hanno permesso ai giudici di condannare all'ergastolo i presunti killer del magistrato. Peccato che recentemente il mafioso abbia rivelato di essersi inventato tutto.  Storia  più o meno analoga, anche se con  effetti meno devastanti, quella di Massimo Ciancimino, l'oracolo di  Santoro e Travaglio: arrestato per aver calunniato l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Arriva adesso il Brusca prét-a-porter, buono per tutte le stagioni.  Escludendo complotti e pure l'esistenza delle toghe rosse, ma non è semplicemente che nelle indagini di mafia a forza di cercare il terzo e il quarto livello si è perso il primo, cioè si inseguono i fantasmi invece di limitarsi ai criminali? In particolare quelli che non riescono a ricordarsi nemmeno quanti ne hanno fatti fuori, ma si ricordano benissimo di Berlusconi?

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