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La critica è morta, stroncare non conviene

Tolstoj stroncava Shakespeare, Twain Jene Austin. Ma oggi ci sono recensori che blandiscono gli editori, e critici tv che lo fanno con i direttori di rete.

Francesco Specchia
Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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 Critica letteraria Foto:  Critica letteraria
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Premessa. La stroncatura è un’arte antica, specie se il bersaglio è letterariamente bello grasso. Ma non prendiamoci in giro. Oggidì esiste solo come il refolo nostalgico di una critica votata al politically correct e alla marketta.

Perciò quando Davide Brullo -talento aguzzo e insolente, fondatore dell’originalissima testata Pangea, duellante conradiano della letteratura in un paese in un paese senza più spade, - sulle pagine di Libero e poi del Giornale e de Linkiesta usava le sue stroncature come un fucile a pompa, be’, ne godevamo tutti. Tutti, tranne i bersagli. Cito random tracce dell’accanimento del Brullo: “Deve far vedere a tutti che è uno scrittore Baricco, e quanto ce l’ha lungo, il pennino: «è come se Proust fosse morto facendo sci nautico», scrive parlando della morte di García Marquez, e già che c’è ha scritto anche della Morte di papa Wojtyla”; “Teresa Ciabatti è la cugina di Bridget Jones che ha alternato i muffin a Sant’Agostino e si è convinta di poter scrivere La città di Dio. L’esito è patetico. Meglio un caffè con la Strega che un romanzo da cinquina del Premio Strega”; “Elena Ferrante è un incrocio malriuscito tra “Cosmopolitan” e Grazia Deledda (quella scondita, però, passata come pietosa pietanza liceale). Per questo funziona!”; “Questa nostra Italia, infatti, non è un grand tour nell’italietta nostra compiuto da un pluriottantenne. Piuttosto, è una sfiancante gita nell’ombelico di Corrado Augias – questa sua Italia – uno slalom nel rebus del suo ego”. Cose così. Personalmente, un mio cruccio è quello di aver lasciato il Brullo scappare dal recinto di queste pagine culturali, per questioni non certo professionali; perciò ora che la sua pregevole raccolta di pezzi trova luce in un pamphlet Stroncature. Il peggio della letteratura italiana (o quasi) (Gog, pp 100, euro 12), plaudiamo. Ma veniamo pure assaliti da un dubbio.

Perché la stroncatura oggi non intarsia più le pagine dei giornali? Eppure, la stroncatura è sempre stata fior all’occhiello, slancio di libertà. Cervantes -“tanto stolto da vantarsi del Chisciotte”- era massacrato da Lope de Vega; Shakespeare veniva lapidato da Tolstoj. Nobokov sparava in faccia a Conrad, Hemingway e Pasternak; Mark Twain detestava Jane Austen e la sua prosa laccata; Henry James (precursore di Brullo e di Enzo Golino nel rilegare le stroncature) demoliva Joyce, come tutti del resto. D’Annunzio affermava che Marinetti fosse “un cretino con lampi d’imbecillità”. E chi avesse mai passeggiato nei boschi narrativi a braccetto con Umberto Eco nelle sue lezioni bolognesi, si accorgerebbe della necessità ontologica della critica feroce. Che tra l’altro riguarda non solo quella letteraria ma anche quella cinematografica e televisiva (ne so qualcosa).

Raoul Precht richiama, ad emblema di un genere vero e proprio, la stroncatura di Guido Piovene, in epoca fascista, verso Italo Svevo. Stroncatura che possedeva un impeto ecumenico, dato che si estendeva, benignamente, a metà del ‘900: “Italo Svevo, commerciante triestino, scrittore di tre mediocri romanzi, valutato da noi, secondo i suoi meriti, con una rispettosa indifferenza, è improvvisamente annunciato come un grande scrittore da uno scadente poeta irlandese abitante a Trieste, il Joyce, uno scadente poeta di Parigi, Valéry Larbaud, e un critico, il Crémieux, che essendo intenditore di cose francesi, passa in Francia come intenditore di cose italiane; forse perché ne conosce pochissimo, fra gente che non ne conosce nulla”. E sta bene. Ma torniamo a bomba: perché i recensori spietati sono spariti dal radar? Brullo sostiene che “la stroncatura, per essere autentica, deve provenire da chi non ha nessuno intorno, dietro e davanti a sé, non ha padrini né padri nobili né supporti editoriali. Bisogna essere poveri, soli, perfino miserabili per avere l’intelligenza adatta, l’audacia atta alla stroncatura”. Cioè gli stroncatori non devono avere rapporti col potere. Eppure, accade che, nei giornali, molti stroncatori abbiano usato le stroncature proprio per penetrare gli stessi gangli del potere; sono recensori militanti che si fanno pubblicare romanzi mediocri, cinecritici che cedono alla regia, ricchi anchormen tv che blandiscono i direttori di rete e minacciano la stroncatura dei programmi avversari. No, direi che -salvo rari casi- la stroncatura dell’anacoreta letterario è un’utopia. Quando Brullo scrisse una lettera aperta all’onnipresente Antonio Scurati (“La prego, ha ottenuto quel che voleva, ora basta, non ci propini il ricino di altri due volumi di M. Il figlio del secolo, uno è sufficiente – peraltro, mi creda, lo sa, non ha la statura di un Malaparte”), non ottenne la reazione di plauso di colleghi ed editore ma la notifica di una diffamazione a mezzo stampa. No. Non è cosa.

Certo, poi c’è chi, come lo scrittore Giampaolo Simi, si pente del proprio passato di stroncatore; e invece di spalmare napalm su un libro -malriuscito- scritto a quattro mani da Camilleri e Lucarelli, si chiede “perché non usare la grazia e l’intelligenza per parlare di libri che ci sono piaciuti? Perché impiegare del tempo a stroncare? A che serve?”.  Già, a che serve? Meglio ignorare del tutto l’opera brutta, perché solo parlarne significa comunque concederle visibilità. Ed è un altro punto di vista. Che, però, spesso nasconde l’assioma “io-non-ti- stronco- e- tu- non- stronchi-me”:  canis canem non est, nei giornali è la formula dell’ “affettuosità giornalistica” coniata dal collega del Fatto Fabrizio D’Esposito. Una formula da cui nessuno è esente, nemmeno Brullo. Certo, poi ci sono le eccezioni nel mondo della poesia (penso alle riviste tipo NiederGasse), ma quella è un’altra parrocchia. E quindi qual è la strada della saggezza, qual è il miglior utilizzo della stroncatura? Banalmente, quello di affidarsi al buon senso e alla coscienza di noi giornalisti. A patto, naturalmente di essere dotati sia dell’uno che dell’altra…

 

 

 

 

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