Dalle radici del Salento alle vette dell’Alta Moda: il viaggio trasformativo di Roberto Miglietta tra arte, memoria e design. Milano, città del rigore e del progetto, si è riscoperta fragile e vibrante davanti a una delle rivelazioni artistiche più folgoranti degli ultimi anni. Roberto Miglietta, imprenditore salentino prestato all’arte — o forse, più correttamente, artista che ha finalmente concesso alla sua anima di manifestarsi pienamente — ha portato nel cuore del capoluogo meneghino un linguaggio che non solo abbaglia lo sguardo, ma scuote la coscienza. Con la sua mostra "Trame di Ferro e Memoria", prima negli spazi d’avanguardia di BASE e ora nelle sale iconiche dell’Hilton Milan, Miglietta ha dimostrato che il confine tra artigianalità, moda e arte contemporanea non è solo sottile: è, nelle sue mani, meravigliosamente inesistente.

Un’Alchimia nata dal Silenzio
La parabola di Miglietta è quella di un uomo che ha saputo ascoltare il silenzio del mondo. Se per decenni la sua creatività è stata al servizio del sistema moda — come mente dietro un’industria del ricamo d’eccellenza che ha dialogato con le più grandi maison internazionali — è stato il paradosso della pandemia a spezzare l'ingranaggio industriale per liberare il demiurgo.In quel lockdown che ha immobilizzato il pianeta, Miglietta non si è fermato. È tornato alla terra, ma con occhi nuovi. Ha guardato le piaghe del suo Salento, martoriato dalla Xylella, e dove altri vedevano solo morte e tronchi grigi pronti per il rogo, lui ha visto l’eternità. Da qui nasce il suo gesto più rivoluzionario: il recupero del legno d’ulivo secolare. Non è semplice riciclo; è una forma di pietas artistica che restituisce dignità e respiro a ciò che sembrava destinato all'oblio.

La cifra stilistica di Miglietta risiede in una tensione dialettica quasi impossibile. "Piego il ferro come un couturier drappeggia il tessuto", ama ripetere l'artista. E non è una metafora. Osservando le sue opere monumentali, si assiste a un miracolo fisico: la durezza del metallo, la spigolosità del ferro e la densità della materia industriale si arrendono alla grazia del movimento.
Le sue opere sono "architetture in miniatura", ma dotate di un'anima tessile. L'influenza del suo passato nel ricamo emerge nella precisione millimetrica del gesto, nella capacità di intrecciare materiali antitetici come il marmo, il legno d’ulivo, l’ottone, la sabbia e persino la polvere di caffè. Il risultato è un’estetica della metamorfosi: la seta diventa legno, il cotone diventa ferro, il passato diventa un presente radioso.

Il Dialogo con i Maestri: Abito Rosso, Capucci, Ferrè
Il vertice dell'esposizione milanese è rappresentato dal trittico di opere che rendono omaggio ai giganti della couture italiana. Qui Miglietta non si limita alla citazione, ma compie un atto di traduzione materica senza precedenti.
Abito Rosso (2022): Ispirato a Gianni Calignano, è un’opera che sfida la gravità. La gonna, alta 110 cm, è composta dalla ripetizione di un modulo di ferro che genera un’onda magnetica, evocando il passo felpato di una modella in passerella. È una scultura che pulsa, dove il rosso non è solo colore, ma l’urlo della terra pugliese che si fa eleganza.
Capucci (2024): In questo doppio pannello, Miglietta cattura l'essenza scultorea di Roberto Capucci. La rigidità del ferro e della juta si dissolve in un raffinato gioco d’ombre. L’opera sembra respirare, dimostrando come la materia più solida possa farsi diafana sotto lo sguardo dell’artista.
Ferrè (2025): Un tributo alla "architettura della moda" di Gianfranco Ferrè. Qui la struttura ferrosa dialoga con la delicatezza della sabbia e dell'acrilico, creando un equilibrio formale che incarna perfettamente lo spirito del grande stilista.

L’Arte come Accoglienza: Dal BASE all’Hilton Milan
Il successo di Miglietta risiede anche nella sua capacità di scegliere i luoghi della narrazione. Se BASE Milano ha rappresentato il debutto dirompente e sperimentale, l'approdo all'Hilton Milan di via Galvani (fino al 12 gennaio) segna la consacrazione. In questo tempio dell'ospitalità internazionale, le opere di Miglietta non sono "oggetti esposti", ma diventano parte di un dialogo interculturale.
L’artista definisce l’arte, al pari dell’ospitalità, un "modo di accogliere". I suoi quadri monumentali, posizionati strategicamente negli spazi dell'hotel, agiscono come ponti sensoriali tra il viaggiatore e la memoria collettiva. È un'esperienza immersiva che trasforma la hall e i corridoi in un percorso di riflessione sulla resilienza e sulla bellezza.
Una Bellezza che cura
Roberto Miglietta ci insegna che l'arte non deve necessariamente distruggere il passato per costruire il nuovo. La sua ricerca è un atto di ricucitura. Ricuce il rapporto tra uomo e natura, tra industria e artigianato, tra dolore del territorio e splendore estetico.
In un mondo dell'arte spesso prigioniero dell'effimero o del puramente concettuale, Miglietta riporta al centro la forza del "saper fare" italiano. Le sue opere sono monumenti alla resistenza della bellezza. Il Salento, con i suoi ulivi feriti, non è mai stato così vicino al cuore pulsante della modernità. Miglietta non ha solo creato delle opere d'arte; ha forgiato un nuovo modo di guardare alla materia, ricordandoci che anche dal metallo più freddo o dal legno più arido può nascere una poesia capace di commuovere il mondo.
Autrice dell'articolo Orchidea Colonna
Orchideacolonna@yahoo.com





