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Donald Trump da record. Perché la riforma sulle tasse sarà storica

18 Dicembre 2017

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Donald Trump da record. Perché la riforma sulle tasse sarà storica

Se passera’ davvero alla Camera e al Senato prima di Natale, la riforma delle tasse promessa da Trump battera’ di sicuro un record: quello della velocita’ con la quale il Congresso ha tagliato le tasse sui redditi e sui profitti aziendali. Ne’ John Fitzgerald Kennedy ne’ Ronald Reagan, che diedero vita alle due riscritture post-belliche dei codici tributari USA piu’ significative della storia, arrivarono alla firma della legge dopo soltanto pochi mesi di discussioni, e tantomeno nel primo anno della propria presidenza. Il perche’ sia potuto avvenire con Trump e’ presto detto: mentre sia il presidente DEM sia quello del GOP del passato dovettero trattare con parlamenti che avevano maggioranze diverse da quelle del partito che aveva, al tempo, il controllo della Casa Bianca, l’attuale presidente ha potuto godere del fatto che Senato e Camera sono in mano al GOP. Entrambi impiegarono anni a vedere introdotta la riduzione delle tasse che, in sintonia tra loro sebbene fossero di due partiti opposti, i due leader riformatori giudicavano la miglior ricetta per favorire la crescita economica e la creazione di posti di lavoro. JF Kennedy, addirittura, fu assassinato prima del compimento del suo piano, e la ‘sua’ proposta di legge fu firmata da Lyndon Johnson, il successore.

La situazione attuale di allineamento del controllo di Casa Bianca e dei due rami del Congresso, di per se’, non garantisce pero’ che una legge promessa dal presidente in campagna elettorale, e contestualmente dagli stessi candidati repubblicani, si trasformi facilmente in legge, come ha dimostrato il fallimento del GOP di cancellare l’Obamacare di Obama. Sulle tasse, invece, cio’ e’ potuto avvenire in pochi mesi. Nella identica posizione di controllo DEM di Camera e di Senato, anzi con il vantaggio di avere la supermaggioranza di 60 senatori, Obama riusci’ a firmare la riforma sanitaria, senza un singolo voto repubblicano, nel marzo del 2010, 13 mesi dopo il suo insediamento. Di fatto, con la sua decisione di introdurre una riforma fondamentale per il suo impatto sociale (Obamacare pesa per un sesto dell’intera economia americana) senza cercare alcuna intesa bipartisan con l’opposizione, Barack ha aperto una stagione di polarizzazione politico-partitica che sara’ arduo superare. Non a caso il Congresso e’ in stallo da anni sulla riforma dell’immigrazione, altro terreno che richiederebbe un’intesa largamente condivisa, e che invece e’ di la’ da venire. La stessa vittoria di Trump nel 2016, prima alle primarie del GOP e poi alle urne presidenziali, era stata un atto di rigetto della partigianeria di Obama, e della sua sostituzione con l’ ortodossia dei radicali teapartisti e ‘bannonisti’, che oggi condizionano da destra la politica dell’establishment repubblicano rappresentato da Mitch McConnell (leader al Senato) e da Paul Ryan (speaker della Camera).

Comunque, e’ stata l’alleanza di Trump con la dirigenza del GOP a produrre il successo della riforma fiscale. Evidentemente, una legge classicamente pro crescita qual e’, tipicamente, quella dedicata all’abbassamento dei carichi fiscali sulle imprese e famiglie e’ un terreno piu’ consono alla filosofia politica dei repubblicani di ogni tonalita’. I conservatori favoriscono tutti le deregolamentazioni e il “piccolo governo”, e pensano che individui e imprenditori sappiano allocare meglio le risorse – redditi personali e utili d’azienda - rispetto alla burocrazia e ai politici “illuminati” di sinistra. I quali, per ideologia, privilegiano l’ingegneria sociale e la redistribuzione della ricchezza. Sul come, e da chi, essa sia prodotta i liberal non si preoccupano piu’ di tanto: danno per scontato che ci pensano i ricchi che sfruttano i poveri.

La riforma delle tasse che va al voto, dopo i compromessi raggiunti dai delegati GOP di Camera e Senato nel loro lavoro serrato di riconciliazione tra i due testi che erano stati approvati separatamente la settimana scorsa, e’ l’occasione di una vita per un repubblicano. Lo hanno di sicuro pensato tutti i 52 parlamentari del GOP, anche quelli personalmente piu’ anti Trump. E cosi’ hanno promesso il loro si’ anche Bob Corker, Jeff Fluke, John McCain, Susan Collins.

Ora, il dubbio su come votare passa a quel gruppetto di senatori Democratici, che nel novembre 2018 dovranno essere riconfermati dal proprio elettorato in Stati che l’anno scorso votarono nettamente per Trump e per la sua agenda. Tre su tutti, Heidi Heitkamp del Nord Dakota, Joe Manchin della West Virginia e Jon Tester del Montana, hanno manifestato in passato, per poter essere eletti dal proprio elettorato decisamente non liberal, posizioni moderate, pro armi, pro tagli fiscali e pro vita. I repubblicani dei tre stati ‘trumpiani ‘ contano di scalzarli per rafforzare, o almeno conservare, la maggioranza del GOP in Senato, e stara’ ai tre a rischio giudicare se accodarsi o meno a Trump nel voto sui tagli delle tasse sia utile per mantenere il proprio seggio. Adesso che al GOP basta avere almeno 50 dei suoi 52 senatori, e questo risultato pare assicurato, il “tradimento” dei tre DEM al loro leader di partito Chuck Schumer, che ha sempre mantenuto la linea della opposizione ad ogni trattativa bipartisan con il GOP, sarebbe la ciliegina sulla torta della prima vittoria legislativa del presidente.

di Glauco Maggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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