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Coronavirus, Filippo Facci: "La pandemia fa bene solo alla Cina. Boom economico, qui gatta ci Covid"

Filippo Facci
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Qui gatta ci Covid. E i dati dell'istituto nazionale di statistica spiegano non solo che la nazione che ha diffuso nel mondo il Covid-19, la Cina, in termini economici «ha superato l'impatto avverso della pandemia» (quello che sta dilaniando il resto del mondo), ma il Pil cinese ora registra addirittura un balzo del 3,2 per cento nel secondo trimestre, con tanti saluti alla crisi e alla contrazione iniziale del 6,8 per cento che per la Cina era stato il peggiore dalla metà degli anni Sessanta.

E tutto questo senza aver neppure fissato alcun obiettivo di Pil: gli è venuto così, naturale. L'interscambio commerciale (in dollari) era già tornato positivo in giugno, e questo grazie a cosa? Allo straordinario export di dispositivi medici e prodotti farmaceutici soprattutto legati al Covid da loro causato, come se avessero esportato la malattia e anche la cura, pagata salatissima da tutti gli altri stati messi in ginocchio. Pechino, di passaggio, ha anche incassato un aumento dell'import del 2,7 per cento, soprattutto per materie prime e componenti elettronici. Le borse non si sono ancora allineate al dato positivo del Pil, ma gli operatori di borsa sono stati i primi a essere rimasti spiazzati dal dato.

Di fatto, proprio la Cina è il primo paese a emergere dalla crisi del coronavirus e a tornare a crescere dopo i devastanti effetti della pandemia scoppiata a inizio anno: come detto, infatti, la netta inversione di rotta risponde a un tracollo del 6,8 per cento (gennaio-marzo scorsi) che a sua volta era la prima contrazione dal 1992, quando fu iniziata la raccolta statistica su base trimestrale.

Non sono dati tanto diversi da quelli ipotizzati dagli analisti, ma fa impressione lo stesso: l'epidemia a Wuhan aveva semi-paralizzato il Paese a partire dalla fine di gennaio (-9,8 rispetto al trimestre prima) con gli investimenti calati del 16 per cento, e quelli in infrastrutture diminuiti del 20. L'export era sceso del 13,3 nel trimestre, insomma un disastro. Ora siamo al 3,2 di Pil, risultato giudicato impossibile dalle stime del Fondo Monetario Internazionale: nell'intero 2020 il Pil - dicevano - non potrà espandersi più dell'1,2 per cento, considerando che la pandemia avrebbe anche inciso su export e servizi.

Dati sconfortanti - E noi, noi Italia, Paese tra i primi a essere colpiti (dalla Cina) e tra i primi (in teoria) ad aver reagito? Anche questi dati sono noti: il 24 giugno il Fondo Monetario internazionale ha previsto un Pil globale (mondiale) in calo del 4,9 per cento che in Italia dovrebbe risultare del -12,8 per cento, impatto definito «catastrofico» sull'occupazione e con povertà in aumento, tanto per cambiare. Ad aprile il Fondo prevedeva il 3 per cento: ora il 4,9. E chissà che la stima non peggiori ancora. Le conseguenze sui ceti più deboli potrebbero minacciare ogni progresso nella lotta alla povertà (unica eccezione la Cina, appunto) e si calcola che tra il 2020 e il 2021 l'economia globale perderà 12.500 miliardi di dollari rispetto alle proiezioni fatte a gennaio, prima del Covid, quando si stimava una crescita del 3,3 per cento. Ora si calcola che il commercio mondiale subirà una contrazione quasi del 12 per cento.

 

Nessuno peggio di noi - Restando all'Europa, si parla di una contrazione prevista del 10,2 (che diverrà un 6 per cento nel 2021) e specificamente per l'Italia si rischia una flessione del 12,8, in linea con le previsioni più pessimistiche di Bankitalia. La Germania va verso un -7,8 per cento. Per il Regno Unito, fuori dalla Ue, la flessione supererà il 10 per cento. Negli Stati Uniti, che viaggiano verso le presidenziali di novembre in un clima sociale molto teso, la contrazione sarà dell'8 per cento. Perfino l'India, dove i contagi continuano ad aumentare, subirà una contrazione. la prima in oltre 40 anni, con il Pil in calo del 4,5 per cento. Brasile: calo del 9,1. Russia: giù del 6,6. Insomma, nessuno meglio della Cina - origine del virus - e nessuno peggio di noi. Anche perché dal 2022 - questo è sicuro - dovremmo ridurre le spese dello Stato di 10-15 miliardi l'anno: e non potremo più indebitarci come se non ci fosse un domani, perché il futuro è già arrivato e chiede il conto.

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