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Pietro Senaldi e Conte indagato per coronavirus: "Si è auto-assolto, ma i reati sono gravi. Gli italiani non lo perdoneranno"

Pietro Senaldi
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L'avvocato Conte da ieri, più che il popolo, deve badare a difendere se stesso e il proprio governo. Non dall'opposizione o dalle divisioni della maggioranza, bensì dalla magistratura e dalla rabbia degli italiani. Il premier, in compagnia dei ministri Bonafede (Giustizia), Di Maio (Esteri), Gualtieri (Economia), Lamorgese (Interno) e Speranza (Salute) ha ricevuto un avviso di garanzia dalla Procura di Roma. I reati dei quali la triste brigata, che ribattezziamo qui ironicamente «banda del Covid», deve rispondere sono epidemia, omicidio colposo, delitti contro la salute pubblica, abuso d'ufficio, attentato contro la Costituzione e contro i diritti politici dei cittadini. Ce ne sarebbe abbastanza da stecchire Riina e Provenzano ma dalle parti di Palazzo Chigi non si scompongono. Mal comune, mezzo gaudio. Nel consueto disprezzo che ha per la tripartizione dei poteri dello Stato, Conte ha già fatto sapere attraverso i suoi portalettere che il procedimento è un atto dovuto e la Procura ritiene infondate le denunce. Ha espresso il verdetto che invece spetta al giudice, probabilmente con l'intento minaccioso di condizionarlo.

 

 



 

Il precedente - Peccato per l'azzeccagarbugli pugliese che le cose non stiano esattamente come lui le rappresenta. È vero, i magistrati inquirenti hanno suggerito l'archiviazione, ma pure il pm di Catania lo aveva fatto nei confronti di Salvini, poi finito alla sbarra grazie anche al voto di molti governanti giallorossi oggi indagati. Sarà il tribunale dei ministri e non quello di Casalino e associati a valutare se mezzo governo deve essere incriminato. Il piglio liquidatorio con cui il presidente del Consiglio vuole sistemare a tempo di record l'inchiesta per epidemia e attentato alla Costituzione come se si trattasse di una noia burocratica, dandone contestualmente la notizia e l'auspicata soluzione assolutoria, non si addice a un raffinato giurista quale lui vuol farsi passare e neppure a un Paese democratico. Da giorni l'opinione pubblica si scatena contro tre parlamentari e una serie di consiglieri regionali accattoni che hanno incrementato le proprie entrate con il bonus-Covid di 600 euro per le partite Iva, legittimo anche se inopportuno. Non è pensabile che si apra un processo pubblico contro la Lega, unico partito che ha già fatto pulizia dei furbetti del bonus, mentre il governo, gravato di accuse pesantissime, pensa di farla franca con un semplice comunicato stampa di Rocco e i suoi fratelli. Ci vorrebbe più rispetto per le inchieste da parte di un premier e di ministri che hanno puntato tutto sull'onestà e sulla magistratura per arrivare al potere. Non è una novità che la banda del virus predichi bene ma razzoli malissimo. Non siamo giustizialisti e mai lo diventeremo. Una settimana fa avevamo aperto Libero titolando «sarebbe meglio indagare Conte». Siamo stati facili profeti, anche se non pensavamo che il casellario giudiziario riferibile al premier si potesse arricchire in questo modo. Ci sarebbe bastato vederlo rispondere per aver mentito agli italiani sulla gravità dell'epidemia prima e sulla vicenda delle zone rosse dopo e per aver tenuto aperta la parte del Paese che doveva chiudere e chiuso quella che doveva tenere aperta. Certo, come ammette Palazzo Chigi nel comunicato con il quale cerca di archiviare la vicenda, sul Covid nessuno si è dimostrato infallibile. Però questa non può essere un'attenuante.

Altri allarmi - Ogni giorno il governo, attraverso gli organi di stampa sui quali può contare, gonfia l'allarme per un ritorno del Covid. Un lavoro propedeutico a nuove chiusure, che sono il malcelato obiettivo di Palazzo Chigi, e a scaricare sugli italiani e non su Conte la responsabilità di un'eventuale seconda ondata. La prima cosa che, se la giustizia fosse uguale per tutti, direbbero oggi Davigo, Bonafede e il Fatto è che, con il concreto rischio di un nuovo dilagare del virus, sarebbe opportuno che il premier e i ministri indagati per aver gestito male il primo picco si dimettessero. Per la tranquillità loro, che così potrebbero difendersi, e degli italiani, che non meritano di essere guidati nelle difficoltà della pandemia da chi è sospettato di aver sbagliato tutto e per questo, colpevole o innocente, non può gestire in serenità il ripresentarsi dell'emergenza. Ovviamente, poiché la giustizia non è uguale per tutti e giacché, quando Davigo dice che non si possono aspettare tre gradi di giudizio se ci sono chiari indizi di colpevolezza, si riferisce solo al centrodestra, nessuno degli indagati riterrà di doversi dimettere. Eppure, gli indizi di colpevolezza sono tanti. L'epidemia c'è stata, malgrado Conte dichiarasse a gennaio che l'Italia era «prontissima» a fermare il Covid. Pure c'è stata una gestione colposa dell'emergenza da parte del governo, che a lungo ha diffidato i cittadini dall'usare le mascherine e non ha mai fatto la zona rossa nella Bergamasca. Quanto all'attentato alla Costituzione, ci sono fior di giuristi, anche di sinistra, da Cassese ad Ainis, che hanno giudicato inusuali, immotivati e pericolosi tanto il prolungamento dello stato d'allarme quanto l'abuso di decreti della presidenza del consiglio durante l'emergenza. Conte si sarà pure già assolto, e forse lo assolverà anche il tribunale dei ministri. Ma molti italiani non lo assolveranno mai.

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