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Vittorio Feltri sul declino della Ferrari: "Mi fa soffrire e sospettare che ci meritiamo Giuseppe Conte"

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La Ferrari, automobile entrata a tutta velocità nei sogni di quasi la totalità degli italiani e non solo, ormai assomiglia al governo Conte: per correre corre, ma non arriva mai al traguardo. Dopo anni, decenni, di gloriose imprese, la vettura creata dall'ingegnere più popolare del nostro Paese, non va neanche a spingerla. Si è inceppata, fa i capricci, i piloti che si siedono al volante sembrano impacciati, litigano con i comandi e perdono chilometri di pista rispetto alla Mercedes che ha trovato il modo di stravincere ogni gara. Gli appassionati di Formula Uno, e non sono pochi, sono ammutoliti davanti agli insuccessi ricorrenti della Rossa. Non si capisce cosa sia accaduto, i tecnici lamentano varie inefficienze meccaniche, eppure non forniscono spiegazioni esaurienti sulla crisi in atto. 

 

La macchina che un tempo non lontano dominava nella pubblicistica sportiva, trattata come una eroina metallica, figura ancora nelle pagine dei giornali specializzati in motori, però i commenti assomigliano a necrologie, parlano di gomme non idonee, di alimentazione difettosa e altri problemi per me incomprensibili dato che una sola volta ho guidato una Ferrari, senza entusiasmo. La vettura mi fu data in prestito da Luca di Montezemolo. Era sabato. Terminato il mio lavoro al Giornale, salii sul bolide e mi recai a prendere mia figlia per portarla con me a Bergamo, dove abitavo. 

Sull'autostrada pigiai leggermente l'acceleratore, un rombo micidiale che mi intimidì. Fiorenza, la mia ultimogenita, sommessamente si mise a piangere, impaurita. Rallentai e finalmente giunsi a casa. L'indomani, poiché desideravo raggiungere lo stadio per vedere la partita dell'Atalanta, utilizzai il lussuoso mezzo e cercai di posteggiarlo sul piazzale antistante il campo gremito di folla. Non appena la gente mi riconobbe fui ricoperto di insulti sanguinosi: bullo, burino, leccaculo di Berlusconi e altre amenità che mi indussero a rientrare in fretta nella mia abitazione, dove chiamai un taxi per non dare più nell'occhio ai bergamaschi imbufaliti, forse invidiosi, di sicuro ignari che il macchinone non mi appartenesse. 

 

Tra l'altro io non sono appassionato delle quattro ruote, non sono mai riuscito a fare il tifo per dei pistoni, però i trionfi delle Ferrari mi hanno sempre inorgoglito come italiano. E ora che la regina delle automobili seguita a fare cilecca e qualcuno sfotte Maranello, accusandola di essere ormai pronta a produrre delle Panda, francamente ne soffro. Il cavallino rampante, a lungo simbolo del genio patrio, adesso è un ronzino sfiatato. È un segnale triste che documenta un declino non soltanto sportivo, ma pure economico. Non siamo più capaci di brillare nel mondo sfornando veicoli all'altezza della nostra fama. Probabilmente ci meritiamo Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, un paglietta foggiano che non è in grado di maneggiare una Rossa, al massimo può capeggiare un governicchio giallorosso.

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