"A Palermo Giovanni e Paolo cominciarono a lavorare in modo nuovo, non solo nelle tecniche d'indagine, ma nella consapevolezza che il lavoro dei magistrati nella lotta alla mafia non poteva essere soltanto una distaccata opera di repressione: era necessario che si trasformasse in una spinta verso un cambiamento culturale - prosegue - Giovanni era una persona timida, seria, taciturna ma di un'ironia e un umorismo particolari. La sua qualita' piu' evidente era la capacita' di soffrire, di sopportare molto piu' degli altri, senza arrendersi mai. La sua tenacia era proverbiale. Giovanni si rialzava sempre. Era allenato alla lotta, si riparava dietro un perenne scudo, in una costante autodifesa…". E ancora: "Aveva l'orgoglio di una dignita' antica ed era restio a manifestare il benche' minimo segno di debolezza. Quante sconfitte dopo ogni successo, quante delegittimazioni in ogni snodo della sua vita e della sua carriera. Quando scherzavamo sull'idea della morte, con ironia esorcizzante, Paolo era solito dire a Falcone: "Giovanni, finche' sei vivo tu, io sto tranquillo". Dopo il 23 maggio 1992 l'espressione di Paolo, sempre tendente al sorriso, si trasformera' in una maschera di tensione e di dolore". (segue)




