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Mafia: omicidio guardia giurata, cosi' i boss decisero di ucciderlo

domenica 16 dicembre 2012
Mafia: omicidio guardia giurata, cosi' i boss decisero di ucciderlo

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Palermo, 13 dic.- (Adnkronos) - L’intera cosca capeggiata dal capomafia indiscusso Rosario Riccobono fu messa in campo, 33 anni fa, per sequestrare e strangolare il maresciallo Calogero Di Bona Di Bona, ritenuto responsabile di un ipotetico pestaggio subito in cella da un uomo d'onore, Michele Micalizzi, gia' legato da vincoli sentimentali alla figlia del boss Riccobono. Ecco come venne decise nel 1979 l'eliminazione della guardia carceraria dell'Ucciardone di Palermo, su cui solo ora la Dia di Palermo ha fatto luce. "Non sono stati reperiti atti che suffragassero questo evento - spiegano gli inquirenti - ma si e' accertato che lo stesso Micalizzi era stato condannato, nel 1979 alla pena di otto mesi di reclusione, proprio perche' riconosciuto colpevole del reato di lesioni in danno di un agente penitenziario". Le indagini della Dia hanno dimostrato che l’omicidio del maresciallo Di Bona risulta comunque correlato a quest’ultimo episodio, avvenuto all’interno delle mura del carcere palermitano dell’Ucciardone il 6 agosto 1979, quando una giovane ed inesperta Guardia carceraria fu dirottata presso la famigerata IV sezione del carcere dove si trovavano ristretti numerosi uomini d’onore ritenuti maggiormente pericolosi, che al tempo stesso fungeva da infermeria. La giovane guardia, constatato che quei reclusi si muovevano “ troppo liberamente”, avrebbe provato a richiamare quelli piu' indisciplinati, nel tentativo di farli rientrare nelle rispettive celle. Per tutta risposta un paio di loro lo aggredirono violentemente, tanto da costringerlo ad immediate cure, prestate presso la stessa infermeria del carcere. Sarebbe stato naturale avviare nei confronti dei detenuti un provvedimento disciplinare e contestuale deferimento all’Autorita' Giudiziaria, ma cosi' non avvenne. "L’unico detenuto individuato senza incertezze dalla vittima, non sconto' di fatto alcuna sanzione disciplinare e, probabilmente, se le cose fossero andate come illecitamente pianificato, non avrebbe subito nessuna conseguenza penale per quel gravissimo comportamento - dicono gli investigatori - Ma le cose non andarono come auspicato dai boss mafiosi coinvolti nel fatto: una cruda e spietata missiva, vergata da anonimi agenti carcerari, venne inviata intorno alla meta' di agosto del 1979 alla Procura della Repubblica, al Ministero di Grazia e Giustizia e a due quotidiani cittadini, che, pero', la pubblicarono soltanto dopo l’avvenuta scomparsa di Di Bona". Nell’anonimo, le guardie lamentavano non solo la mancata punizione del detenuto, etichettato con epiteti diffamatori, reo della vile aggressione in danno del loro compagno di lavoro, ma anche “il potere di mafia” esercitato dai boss all’interno delle antiche mura borboniche dell’Ucciardone. "La giustizia degli uomini avrebbe agito con lentezza e con esiti incerti, al contrario, il “tribunale” della mafia, frattanto entrato in possesso della missiva, ancor prima della pubblicazione da parte degli organi di stampa, sentenzio' in maniera rapida e spietata - dicono ancora gli investigatori - Ebbe, infatti, da qui inizio un escalation di episodi intimidatori nei confronti degli appartenenti all’Istituto Penitenziario cittadino, nell’ambito di una vera e propria contro-offensiva, che culminera', appunto, nel sequestro e successivo omicidio del sottufficiale, “portato” al cospetto di Cosa nostra, al fine di indicare gli autori di quella missiva, che, “oltraggiando ” Micalizzi e l’intera organizzazione criminale, forni' l’input per altri provvedimenti penali, anche a carico di Micalizzi". (segue)