Libero logo

Parlare senza sapere Il vuoto culturale del nostro tempo

La perdita di gerarchie del sapere porta a mettere sullo stesso piano opinioni e conoscenze, rendendo indistinguibili il vero, il verosimile e il falso
di Steno Saridomenica 4 gennaio 2026
Parlare senza sapere Il vuoto culturale del nostro tempo

2' di lettura

Massimo Cacciari, in un suo recente intervento, ha toccato un nervo scoperto. «Gli studenti pensano che Gesù abbia scritto i Vangeli», ha dichiarato. Una frase che potrebbe sembrare una provocazione, ma che in realtà è la radiografia impietosa dello stato culturale del Paese che non riguarda solo la religione, ma anche il nostro rapporto con le radici stesse della nostra civiltà. Non è questione di essere credenti o no. È questione di sapere, di distinguere fatti storici da leggende, tradizione da invenzione, i veri evangelisti da quelli immaginari. La Bibbia, che la si consideri Parola di Dio o semplicemente uno dei testi fondativi dell’Occidente, resta il libro più influente della nostra storia. Eppure milioni di persone – giovani e non solo – ignorano come sia nata, chi l’abbia scritta, in quali lingue e in quale mondo culturale affondi le sue radici.

Ed è per ovviare a questo che Cacciari propone un’ora settimanale di esegesi biblica tenuta da persone competenti. In altre parole fornire strumenti critici per imparare a leggere un testo antico, contestualizzarlo, comprenderne il linguaggio simbolico, coglierne la forza narrativa e l’impatto storico: ecco una vera forma di educazione civica, molto più concreta di tante riforme fumose. Ma qui emerge un nodo che molti faticano ad accettare: la cultura non si improvvisa. Richiede studio, serietà, preparazione. E soprattutto, davanti a un testo come la Bibbia, richiede umiltà. Il “culturame”, per usare la definizione amara di Cacciari, nasce proprio quando si pretende di sapere senza avere le basi. È interessante notare che le ricerche sociologiche mostrano come il declino della competenza culturale non dipenda solo dalla scuola, ma da un ecosistema comunicativo che privilegia la rapidità rispetto alla profondità.

La perdita di gerarchie del sapere porta a mettere sullo stesso piano opinioni e conoscenze, rendendo indistinguibili il vero, il verosimile e il falso. In questo vuoto formativo, la Bibbia è diventata per molti un reperto muto, incapace di parlare a una generazione che non possiede gli strumenti per leggerla. Il paradosso è evidente: viviamo nell’epoca con più informazioni accessibili e, allo stesso tempo, con uno dei più bassi livelli di comprensione reale, un deficit di alfabetizzazione culturale e spirituale. Un’ora di esegesi aiuterebbe almeno a distinguere Gesù da Matteo, Marco, Luca e Giovanni. E forse, passo dopo passo, a recuperare quel rispetto per la conoscenza delle Scritture che oggi sembra diventato opzionale. Nella Seconda lettera a Timoteo si legge: «Tutto ciò che è scritto nella Bibbia è ispirato da Dio, e quindi utile per insegnare la verità, per convincere, per correggere gli errori ed educare a vivere in modo giusto. E così ogni uomo di Dio può essere perfettamente pronto, ben preparato a compiere ogni opera buona». (3,16-17 TILC). Il testo greco originale rende ancora meglio l’immagine: “ben preparato” (exertisménos) è un termine che significa letteralmente “pienamente equipaggiato”, come un’imbarcazione provvista di tutto il necessario per affrontare un viaggio. Ecco: essere equipaggiati. È questo, in fondo, ciò che oggi manca a chi vuol essere un “uomo di Dio”.