Raccontare Venezia è fin troppo semplice. Decine di film romantici e commedie rosa ne hanno immortalato calli, ponti e canali, trasformandola in un presepe di bellezza a cielo aperto. Ma quando Patricia Highsmith volge lo sguardo sulla laguna, la prospettiva cambia drasticamente: la città diventa un teatro di ombre, fra passi che echeggiano nei cortili e figure avvolte nella nebbia. Accade nel celebre Il talento di Mr. Ripley e succede, con uguale maestria, nel meno noto Inseguimento, ripubblicato da La Nave di Teseo (pp.336 €19 tr. Attilio Veraldi), un gioiello da non perdere.
Nata in Texas nel 1921, cresciuta in un ambiente familiare difficile, dopo gli anni a New York e gli esordi nei fumetti, Highsmith trova la propria voce con Sconosciuti in treno, che Hitchcock porterà sul grande schermo. Un libro dopo l’altro- Carol, Vicolo cieco, Acque profonde - dietro l’immagine della maestra del thriller psicologico c’è una donna inquieta che nei diari custodisce amori clandestini, paure e ossessioni. È proprio questa vulnerabilità il cuore pulsante della sua narrativa, una scrittura che non nasce dal gusto per il delitto, ma dall’urgenza di raccontare le zone d’ombra del vivere.
In Inseguimento, pubblicato nel 1967 – subito prima de La spiaggia del dubbio e Il sepolto vivo -la trama ruota attorno a due uomini: da una parte Ray Garrett, giovane mercante d’arte americano; dall’altra il suocero Edward Coleman, devastato dal suicidio della figlia, Peggy. Coleman ritiene Ray responsabile e, incapace di rielaborare il lutto, ne fa il bersaglio della propria ossessione, deciso a ucciderlo. Ne nasce un inseguimento che parte da Roma ma trova il suo climax tra le calli e gli alberghi di Venezia, geometria fragile in cui i due uomini si sfiorano, si nascondono e si scontrano senza mai trovare una verità definitiva. Il risultato è un libro che agisce per sottrazione: l’azione è minima e la tensione è massima, uno scontro interiore più che fisico, un duello di colpe e sospetti che si ripercuote nell’inconscio dei protagonisti. Dall’indimenticabile ciclo di Ripley a Inseguimento, la Venezia di Highsmith rifiuta ogni romanticismo. Non è la città da cartolina, né la meta turistica, è una Venezia invernale, ingrigita, fredda e ostile: calli deserte, fondamenta scivolose, ponti che emergono dalla foschia come fossero sospesi su un abisso. Qui la bellezza non consola ma disorienta. La laguna diventa specchio dell’instabilità emotiva dei protagonisti, un luogo in cui la colpa può dilatarsi fino a occupare tutto lo spazio.
Inseguimento è una delizia da riscoprire, una delle prove più mature della scrittrice nella capacità di fare del paesaggio un personaggio, non un semplice scenario. L’abilità maggiore di Highsmith sta proprio nella costruzione dei labirinti mentali dei personaggi, nella loro oscillazione continua tra vittima e colpevole, ribaltando i piani narrativi. Ray e Coleman sono due uomini schiacciati dall’impossibilità di dare un senso a ciò che è accaduto, costretti a ripetere gesti che non portano sollievo, prigionieri delle loro false certezze. Oggi, oltre cinquant’anni dalla pubblicazione, Inseguimento resta un esempio magistrale di come si possa fare suspense senza rumore, senza eccessi, senza ricorrere a biechi trucchi narrativi. In un panorama letterario spesso incline alla semplificazione o allo splatter, Inseguimento ci riporta lì dove la moralità non è un conforto ma un enigma, lì dove il confine tra colpa e innocenza si dissolve lasciando il lettore in uno stato di sottile straniamento.




