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Le confessioni scomode di un pittore controcorrente

Ripubblicato il libro che raccoglie le polemiche di De Vlaminck sull’arte moderna
di Luca Marchesisabato 14 febbraio 2026
Le confessioni scomode di un pittore controcorrente

3' di lettura

Nella Francia liberata la prima epurazione fu repentina, vendicativa e spietata. Si trattava di far fuori e/o di esporre al pubblico ludibrio quanti si erano sporcati con il fascismo collaborazionista di Vichy e con gli occupanti tedeschi. Già nel 1945 iniziò comunque la seconda. Appunto l’Epuration légale, attraverso tribunali speciali istituiti alla bisogna, per giudicare chi durante gli anni della guerra mondiale si era macchiato, si diceva, di indegnità politica e civile. Vennero processati politici, intellettuali, giornalisti, ufficiali e sottufficiali dell’esercito, imprenditori, funzionari pubblici, dirigenti e quadri intermedi aziendali, membri del clero e artisti. Sui numeri effettivi delle condanne a morte di questa giustizia post bellica non si finirà mai di discutere: diverse migliaia comunque. Il Comitato Nazionale per la purificazione di pittori, disegnatori, scultori e incisori, colpì i “neri” senza comminare pene capitali, ma vietando loro di suonare, esporre, riscuotere diritti d’autore. Cioè azzerandoli dal punto di vista professionale, dal momento che molti di loro, penalmente non erano perseguibili. Il pittore Maurice de Vlaminck (1876 - 1958), un artista che aveva attraversato la stagione d’ oro delle avanguardie parigine, subì un processo di epurazione per avere compiuto un viaggio in Germania nel 1941, insieme a colleghi pittori, su invito delle autorità tedesche. Entrerà, poi in un cono d’ombra fino alla morte, anche se non gli sarà impedito di scrivere e dipingere, alle condizioni di non rendere pubblico alcunché.

Oaks pubblica Tavolozza nera, con la prefazione della storica dell’arte Elena Pontiggia: una raccolta antologica di poesie, interviste, suoi scritti sull’arte e sugli artisti del suo tempo, anche conosciuti direttamente come Picasso, Modigliani e tutto il gruppo espressionista dei fauves (i selvaggi), al quale diede vita insieme a Andrè Derain. Il titolo dell’opera Tavolozza nera, non si riferisce alle supposte simpatie politiche di Vlaminck, ma al suo essere iniziatore nell’ambiente parigino di una moda artistica che poi si estenderà a tutta Europa. Cioè il grande apprezzamento verso “l’arte negra”, come al tempo si diceva normalmente, quando il linguaggio politicamente corretto non era intervenuto sul vocabolario. «In Francia arrivavano dalle colonie opere d’arte che mostravano un’altra forma di bellezza - scrive Elena Pontiggia- anzi che sostituivano al concetto di bellezza quello di espressività. Vlaminck ricorda l’infatuazione di Picasso e Matisse per l’arte del Continente Nero e della Polinesia. Una passione che scuoteva tutto il mondo parigino, a cominciare da Apollinaire e da Paul Guillaume,il gallerista di Modigliani e De Chirico». L’autore di Guernica, a quanto viene raccontato, avrebbe ritenuto addirittura una statuetta africana «molto più bella della Venere di Milo».

L’opinione di Vlaminck anziano, ormai emarginato dal mondo artistico francese, è comunque diversa. Anzi ribaltata. Il fascino del primitivo e dell’antiaccademico è caduto. Il brutto, lo stravolto, tipico dell’arte contemporanea nutrita di esotismo, non gli appare più così bello. «Lei forse sarà stupito - risponde il pittore al giornalista Sauvage in una conversazione del 1951 - se dichiaro che davanti un Cristo o a una Vergine del XI secolo la interpretazione umana mi fa provare un’ emozione più intensa del feticcio o della maschera dell’ Africa Nera. Ma è così. Io preferisco vivere all’ombra delle querce e avere figli con una ragazza del mio paese piuttosto con la più bella negra del Senegal, oppure abitare una capanna in un palmeto». Una riflessione totalmente in controtendenza nel pieno della tumultuosa, autodistruttiva e nevrotica storia (non solo dell’arte) del ventesimo secolo».