C'è qualcosa di ironico – e molto contemporaneo – nel destino che sta vivendo Cime tempestose. Un romanzo nato nel 1847, pieno di vento, fango, rancore e frasi tortuose, oggi torna sugli scaffali dei più venduti non per un anniversario o per una nuova traduzione, ma per effetto trailer. Bastano due volti: Jacob Elordi e Margot Robbie. Il film diretto da Emerald Fennell, in arrivo a San Valentino, ha rimesso Emily Brontë al centro della conversazione pop. E come sempre accade quando Hollywood annusa un classico, i social arrivano un secondo dopo. Solo che poi, l’originale, non scorre. Da settimane, creator ventenni documentano la loro “esperienza di lettura” come fosse una challenge di sopravvivenza: c’è chi ascolta l’audiolibro a velocità aumentata, chi salta i primi capitoli perché «troppa cornice narrativa», chi confessa di leggere solo i dialoghi, chi stampa alberi genealogici per non perdersi tra Catherine, Cathy, Linton e Heathcliff. Il tono è spesso ironico e autoironico ma la fatica è reale. Non si tratta solo di lamentele estemporanee: sotto i video si moltiplicano veri e propri consigli operativi – mappe dei personaggi, riassunti capitolo per capitolo, guide “per non perdersi” – come forma di soccorso. Il paradosso è evidente: la generazione più esposta alle storie – serie, fandom, fanfiction, universi espansi – inciampa davanti a uno dei romanzi più narrativi, melodrammatici e tossici dell’Ottocento. Amori ossessivi, vendette intergenerazionali, fantasmi, crudeltà domestiche: materiale perfetto per il binge-watC’ ching. Eppure sulla pagina non funziona allo stesso modo. «Non capisco chi sta parlando», «troppi nomi», «perché ci sono tre Catherine?», «ma quando inizia davvero la storia?». Qualcuno ammette di aver mollato a metà. Per molti ventenni Wuthering Heights è un’esperienza quasi respingente: frasi lunghe, cornici narrative, narratori che raccontano altri narratori, dialetti, descrizioni atmosferiche che rallentano tutto. Non c’è l’aggancio immediato della narrativa contemporanea, nemmeno un protagonista “simpatico” e manco la gratificazione rapida del plot.
È un romanzo che pretende tempo e concentrazione, due risorse sempre più rare in un ecosistema costruito sullo scroll. Qui sta lo scarto più netto: la richiesta di attenzione continua. Cime tempestose obbliga a ricordare chi parla, a ricostruire legami familiari, a orientarsi nel tempo. È una lettura attiva e faticosa. L’esatto contrario della logica digitale, fatta di frammenti brevi, interruzioni e consumo rapido. Non è tanto una questione di «non saper leggere», quanto di aver disimparato la lentezza. Una difficoltà che riguarda in realtà tutte le generazioni, anche se i più giovani sono i soli a metterla in scena pubblicamente. I classici chiedono uno sforzo di adattamento che oggi facciamo fatica a concedere, a qualsiasi età. Solo che la GenZ lo racconta pubblicamente, trasformando la frustrazione in contenuto. La fatica diventa narrazione collettiva. E, paradossalmente, proprio questo riporta il libro in circolo. Per ogni video che dice «è illeggibile», ce n’è un altro che insiste: «resisti, poi ti devasta». Qualcuno scopre che non è una storia romantica ma una tragedia feroce, qualcuno si affeziona alla cupezza gotica, qualcuno resta per la lingua tagliente degli insulti. Non tutti arrivano in fondo, ma sono in molti che provano. È una dinamica curiosa: i social, spesso accusati di allontanare dai libri, in questo caso diventano la porta d’ingresso. Senza TikTok probabilmente molti di questi lettori non avrebbero mai aperto Brontë. Intanto il film costruisce un immaginario diverso, più epico e melodrammatico, con richiami che guardano anche a Via col vento: un altro grande romanzo-fiume, un altro amore distruttivo diventato mito cinematografico.
Benito Mussolini, gli appunti scritti prima dell'incontro con Adolf Hitler
Era cambiato tutto dall’ultima volta che Benito Mussolini e Adolf Hitler si erano incontrati nel castello di Kless...Il parallelo suggerisce una domanda più ampia: se già le brughiere di Brontë sembrano una scalata, quanti giovani lettori avrebbero la pazienza di affrontare mille pagine di Margaret Mitchell? Quanto spazio hanno ancora, oggi, i romanzi monumentali, quelli che non si possono “consumare” ma solo attraversare lentamente? Forse il punto non è misurare chi “ce la fa”, è che un classico dell’Ottocento, cupo e scontroso, sta tornando oggetto di discussione tra ragazzi abituati a video leggeri di trenta secondi. Cambiamo il punto di vista: entra in casa attraverso un film e costringe a rallentare. Più che un fallimento generazionale, sembra uno scontro tra due modelli di tempo: quello lungo della letteratura e quello accelerato delle piattaforme. E proprio in quell’attrito, in quella resistenza, i classici continuano a dimostrare di essere vivi. La brughiera, ostinata e ventosa, non è mai stata accogliente. Nemmeno oggi.




