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Vivere la Pasqua consapevolmente, non per tradizione

Bisogna porre una domanda scomoda: in quanti ci credono davvero? Non è una provocazione
di Steno Saridomenica 5 aprile 2026
 Vivere la Pasqua consapevolmente, non per tradizione

2' di lettura

Ogni anno la Pasqua ritorna, puntuale, per celebrare la risurrezione di Cristo. Eppure, proprio per questo, bisogna porre una domanda scomoda: in quanti ci credono davvero? Non è una provocazione. Basta osservare come la Pasqua viene vissuta oggi. Le chiese si riempiono, le famiglie si ritrovano, si rispettano gesti e tradizioni consolidate. Ma sotto questa superficie condivisa qualcosa si è incrinato. Lo si vede nei dettagli, apparentemente innocui ma rivelatori. Si parla della Pasqua come di un “ponte”, di un’occasione per partire, più che per fermarsi a riflettere. Anche nelle conversazioni la risurrezione raramente entra davvero: si preferisce restare su un terreno più leggero, fatto di auguri formali e abitudini condivise. Persino chi partecipa ai riti, talvolta, lo fa per appartenenza o per tradizione familiare, più che per una convinzione viva.

Nel cristianesimo la morte di Gesù è un evento di rilievo, non è solo un gesto d’amore, ma un atto intenzionale per la redenzione. Un riscatto. Ed è qui che emergono le domande che spesso restano senza risposta: da cosa siamo riscattati? Perché quel sacrificio era necessario? E cosa cambia, concretamente, nella vita di chi crede? Parole come “peccato”, “sacrificio” e “riscatto” oggi risultano estranee al vissuto religioso, talvolta persino respinte. Senza un linguaggio condiviso, anche i concetti si svuotano, lasciando spazio a una religiosità attenuata, più culturale che esistenziale.

Si delinea così una frattura evidente.

Da un lato la tradizione: visibile, rassicurante, condivisa. Dall’altro la fede: personale, esigente, spesso scomoda.

La prima si ripresenta ogni anno. La seconda arretra, si fa silenziosa, talvolta scompare.

L’UOVO E IL SEPOLCRO Non è un caso. Viviamo in una società che ha reso pubblica la tradizione e privatizzato la fede. Ciò che è rituale e riconoscibile viene preservato. Ciò che richiede interrogazione, studio e trasformazione interiore viene spesso evitato. Ma la questione non può essere elusa. Se Gesù è morto per noi e la risurrezione è vera — non come simbolo, ma come evento reale — allora tutto cambia. Cambia il modo di guardare la morte, il dolore, la giustizia. Cambia il rapporto con Dio e con gli altri.

Forse, allora, la questione vera è come si crede. Se la fede è un’eredità culturale, si confonde con la tradizione. Se è invece una scelta consapevole, richiede conoscenza, confronto, anche inquietudine. La Scrittura lo afferma con chiarezza: “Se Cristo non è risuscitato, la vostra fede è un’illusione ... se i morti non risuscitano, allora, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo” (1 Corinzi 15, 17 e 32, TILC).

Tra l’uovo di cioccolato e il sepolcro vuoto c’è una distanza enorme.

Colmarla non è automatico. È un percorso, spesso scomodo, mai lineare.

Ma è proprio lì che la fede smette di essere abitudine e diventa scelta. E forse il senso di tutto sta proprio in questo: nel decidere se vivere la propria fede non per tradizione, con gesti ripetitivi, ma con intenzione e consapevolezza.