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Uccelli di Hitchcock, ecco la vera storia (e l'autore)

Per la prima volta tradotto in italiano il romanzo di Frank Baker: fu questo, e non il racconto di Daphne du Maurier, a ispirare il film cult del regista britannico
di Silvia Stucchimercoledì 13 maggio 2026
Uccelli di Hitchcock, ecco la vera storia (e l'autore)

3' di lettura

Tutti noi conosciamo The Birds, ovvero Gli uccelli (1963), uno dei più perturbanti film di Hitchcock, e tutti noi sappiamo che esso è ispirato all’omonimo racconto, datato 1952, di Daphne du Maurier. Ma forse pochi sanno che nel 1936, Frank Baker (1908-1983), inglese dalla spiccata propensione al fantastico, diede alle stampe Gli uccelli, ora ristampato da Cliquot (286 pp., 22 euro), casa editrice romana specializzata nella riscoperta di storie e racconti dimenticati. Cliquot, infatti, era un mangiatore di spade di inizio Novecento, che si esibiva nei circhi o in quello che venivano detti sideshow, gli spettacoli marginali: il nome, in altre parole, è già un programma, perché la casa editrice si propone di mettere finalmente sotto la luce dei riflettori ciò che, per vari motivi, è stato finora marginale.

La storia che narrata da Baker è semplice e terribile: nella Londra del 1935 imperversa una canicola inconsueta; ma la città, con i suoi ritmi lavorativi intensi, con i suoi pub e i suoi club sportivi gremiti e le sue strade trafficatissime, non si ferma; sino a che sulla metropoli non plana una nube smisurata che per poco non oscura il sole: si tratta di uno stormo di uccelli cinguettanti che gradualmente si sparpaglia tra le zone di Westminster e la vecchia City sistemandosi sui leoni di Trafalgare Square, sopra le colonne della National Gallery, sui cornicioni della Banca d’Inghilterra, sui tetti delle Inns of Court. Gli uccelli sembrano solo quieti, innocui osservatori della vita londinese, e vengono accolti e osservati con iniziale curiosità, quando non con divertimento. Tuttavia, presto iniziano a compiere atti di terrificante violenza. E inizia l’orrore, raccontato retrospettivamente da una voce narrante collocata in un mondo in cui i riti del lavoro e dello svago, dello sporte della vita associata alla maniera che noi conosciamo sono ormai tanto remoti da sembrare incomprensibili.

Il romanzo di Baker non fu davvero un successo: la prima edizione vendette solo trecento copie e fu presto dimenticata. Nel frattempo, l’autore continuò a scrivere, e l’opera che gli diede maggiore notorietà fu Miss Hargreaves (1940); poi Baker si dedicò alla saggistica, e alla carriera di autore televisivo; ma quando, nel 1962, seppe della realizzazione del film di Hitchcock sulla base del racconto di Daphne du Maurier, lo lesse e rimase sconcertato per le somiglianze. Pensò, inizialmente, di intentare causa per plagio all’autrice del racconto, ma desistette perché sconsigliato dagli avvocati. Daphne du Maurier stessa, però in una lettera a Baker di cui ci dà conto la Prefazione al volume Cliquot, confessa non solo di aver letto il romanzo, ma ammette anche che l’opera di Baker è di gran lunga più profonda della sua (p. 9).

Eppure, le corrispondenze tra le opere restano, e alla fine rimangono ancora più impresse quelle tra il libro di Baker e il film: pensiamo alla cabina telefonica quale luogo iconico – di attacco per Baker – che vi fa svolgere la prima aggressione di un uccello ai danni di un’anziana donna; di rifugio per Hitchcock –, che vi fa riparare Melanie, la protagonista, sottraendola ai flagelli dell’aria. E ricordiamo poi il profondo attaccamento alla figura materna che accomuna il narratore anonimo di Baker a Mitch Brenner, protagonista maschile del film.

Tuttavia, come sottolinea la Prefazione di R. Nunziante (p.11) i tre The Birds (di Baker, di Daphne du Maurier e di Hitchcock) hanno «in fin dei conti, identità nette e ben distinte l’una dall’altra. Sappiamo che resto che Hitch in primis si premurò di cancellare ogni traccia dal suo film, sollecitando lo sceneggiatore Evan Hunter (...) a eliminare ogni cosa del racconto di du Maurier fuorché il titolo e l’idea di fondo».

La spiccata sensibilità visiva che trasuda dal libro si deve all’occhio cinematografico che Baker aveva affinato come appassionato di cinema dal tempo del muto; e forse la lettura di questo romanzo, mai tradotto prima in italiano, potrebbe anche essere un ottimo spunto per ricominciare a guardare, con occhi nuovi, i film di Hitchcock, sempre così straordinariamente moderni.