Cinichilismo è parola bisturi. Fertile, interrogante e forte di un’indubbia estetica fonetica, è il neologismo che sorge dalla crasi tra altri due lemmi a contrassegnare altrettante monumentali correnti di pensiero- rispettivamente la cinica e quella nichilistica - per farsi sintesi di un nuovo prototipo. Ed è dunque non per caso che Cinichilismo sia anche la parola a incoro are in titolo il nuovo saggio filosofico della giornalista Virginia Saba, edita da IF Press (157 pp., 14,25€). L'opera si configura sin dall’esordio come la diagnosi di una patologia ormai connaturata alla genetica del contemporaneo: un permeante pessimismo che, smarrita la storica fibra della propria tragicità fattiva, è mutato piuttosto in un’osservazione acquiescente del nulla quotidiano. Una condizione persino confortevole proprio nella sua resa, poiché, appunto, cinica: non richiede alcuno sforzo ricostruttivo, a differenza del nichilismo tipicamente nietzschiano che, nel constatare il naufragio autentico del reale e la morte di Dio, coglieva proprio nel dramma dello sfacelo l'opportunità di rinnovata, attiva edificazione valoriale. Sebbene a sottotitolo del testo ponga esplicativa la frase “Il nuovo paradigma del potere”, l'autrice non limita l'esegesi al perimetro dei regimi di controllo, applicandone invece il tenore al reale nelle sue più ampie e svariate sfumature.
«Ho coniato questa parola, cinichilismo, perché credo possa essere funzionale per descrivere il modo in cui sta respirando il mondo spiega Saba - a partire da comesi guidano le società umane, essendo scomparsi i grandi valori ideali, ma ragionando anche in modo più esteso sulla nullificazione del tutto, che è riscontrabile ovunque, addirittura nel linguaggio e nell’architettura stessa del pensiero». La ruota tematica del saggio transita quindi dalla nozione perduta di verità (perché il cinichilismo fa sì che si possa «vivere con l’inganno senza più percepirlo come problema», con il valore universale che, decadendo, si sgretola in una marea di «preferenze soggettive e individualistiche») alla constatazione dell'assenza dell’essenza e del fatto che ogni cosa - la natura, l'altro da sé, financo i sentimenti - esista solo in quanto materiale disponibile per il consumo. Il vuoto diventa culla e alibi per non scegliere e galleggiare in una sorta di anestesia etica che rende tutto equivalente e, dunque, accettabile. Particolarmente cogente è la sezione di testo dedicata al ruolo della bellezza, esplorata nel ventaglio di accezioni che concettualmente ingloba e ancor più nella volontà tangibile di un recupero del suo senso primariamente catartico.
Perché la bellezza «non si impone con la forza di un argomento né con l’urgenza di una notizia. Accade» ; in quanto tale, essa vige e resiste sempreverde in certi biomi inviolati, come l'arte più pura e vera, dato che «l’opera è “bella” perché non consola, decentra, non conferma, espone». Eppure, il pamphlet di Virginia Saba si configura come un testo niente affatto plumbeo, specie nel suo giungere a una parte conclusiva che - pur non ergendosi dichiaratamente a prontuario di magica risoluzione, stante l’articolato radicamento su cui si fonda il problema - comunque si propone come una fresca opportunità per ripensare il proprio modo di esistere nel segno di una qualità morale e attitudinale quantomeno virtuosa. «L’unica pratica concreta contro il cinichilismo è l’educazione dello sguardo. La poesia! La cultura, i libri, lo studio ci insegnano a distinguere e a dare una misura a tutte le cose - afferma l’autrice - E dove esiste misura, le stonature e le disarmonie diventano visibili. Quindi, vincibili». Destinato a chi ancora temerariamente sceglie di appigliarsi alla fatica del bello.




