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Così un libro spiega la destra americana e la sua influenza sulla realtà europea

Giovanni Borgognone dell'Università di Torino racconta l'evoluzione dell’area conservatrice statunitense fino al giorno d’oggi, senza usare le solite caricature
di Spartaco Pupo lunedì 25 maggio 2026

2' di lettura

Nel tempo della polemica istantanea e delle analisi consumate nel giro di una puntata televisiva, l’uscita di un libro come “Dal conservatorismo al postliberalismo. Traiettorie della destra negli Stati Uniti dalla Guerra fredda a Donald Trump”, di Giovanni Borgognone, da poco pubblicato dall’editore torinese OTTO, rappresenta un piccolo ma significativo evento culturale. Borgognone, ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, affronta un tema spesso trattato con superficialità, e cioè l’evoluzione della destra statunitense dalla Guerra fredda fino alla stagione trumpiana. Il primo merito del libro consiste nel sottrarre la destra americana alle caricature. In Europa essa viene spesso raccontata o come rozzo estremismo o come mitologia semplificata fatta di mercato e patriottismo folcloristico. Borgognone mostra invece una realtà molto più complessa, per certi aspetti contraddittoria, ma culturalmente ricca. Dietro il Partito Repubblicano e il suo leader si muove tutto un mondo fatto di riviste, filosofi, economisti, polemisti, strateghi, moralisti, libertari, tradizionalisti e tecnocrati. È un mosaico che il volume ricostruisce con mano ferma. Di grande interesse sono le pagine dedicate a James Burnham, figura decisiva nel passaggio dal radicalismo novecentesco a un conservatorismo elitista e antitotalitario.

Non meno efficaci risultano i capitoli su Max Eastman, sulla “National Review” di William F. Buckley e sul tentativo di dare alla destra americana una legittimazione culturale alta. Le idee contano e hanno conseguenze spesso impreviste, come mostra il filo che conduce dal conservatorismo classico al neoconservatorismo e poi alla stagione trumpiana. La destra americana non è un blocco monolitico, ma una storia di “traiettorie”, fatta di continuità e rotture, mutazioni improvvise e ritorni carsici. Molto acuta è la parte dedicata al postliberalismo, che Borgognone definisce come «rigetto della tradizione liberaldemocratica». È qualcosa di più radicale della critica alle élite progressiste o alla burocrazia globale, perché esprime la convinzione che il paradigma liberale non sia più in grado di garantire ordine, identità, appartenenza e destino storico. La nuova destra identitaria è capace di richiamarsi a «un nazionalismo esclusivista, basato su una mitica comunità organica di popolo».

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Dietro Trump c’è l’Alt Right come tentativo di “metapolitica”, cioè di costruzione di una nuova egemonia culturale prima ancora che elettorale. Ciò spiega come certi movimenti abbiano saputo incidere ben oltre il loro peso numerico, conquistando linguaggi, piattaforme digitali e codici simbolici. Ancora più originale appare la parte dedicata alla Tech Right, la destra tecnologica nata nell’ecosistema della Silicon Valley, con la sua fiducia nella “meritocrazia algoritmica” e nel governo dei “competenti”. Questo libro ci aiuta a capire quanto del dibattito europeo contemporaneo – sovranismo, critica del globalismo, guerra culturale contro il progressismo, diffidenza verso le istituzioni tecnocratiche – sia transitato attraverso il laboratorio americano. È un’analisi sul disagio dell’Occidente, sulle sue fratture interne, sulle alternative che emergono quando un ordine appare esausto. E forse il suo merito maggiore sta proprio nel ricordarci che Trump non è solo un personaggio della cronaca americana, ma il nome politico di una crisi che riguarda anche noi.

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