"Il mare è tutto", lo scrisse Jules Verne facendo pronunciare queste fatidiche parole al capitano Nemo. Fra le onde, lontano dalla terraferma, siamo davvero poca cosa, come se ci muovessimo su un elemento alieno che ricopre la maggior parte del pianeta in cui abitiamo e sul quale abbiamo costruito grattacieli e meraviglie d'ogni tipo. Ma illuderci di controllare e dominare il mare sarebbe davvero da stupidi e nel corso dei secoli grandi narratori ne hanno raccontato la superficie – rotte, ammutinamenti, grandi tesori – o saggiato l'insondabile profondità, andando a caccia di mostri e misteri, provando ad addomesticarlo. «Se devo scegliere un libro, il libro, scelgo senz’altro L’Isola del Tesoro, di Robert Louis Stevenson. Perché è pieno di vento, di immaginazione, di avventura, d’infanzia». Sì, l’abbiamo letto tutti eppure è uno di quei testi che non delude mai, anzi, ci riserva sempre mirabolanti sorprese.
Con 15 illustrazioni a colori, a cura di Ludovico Terzi, Adelphi lo ripubblica in tempo per metterlo in borsa da viaggio, prendendo la rotta del mare aperto con Long Long John Silver, la figura più ambigua mai imbarcata su una goletta. Ma chi il mare lo co« nosceva per mestiere, ne diffidava sempre. Il naufragio del Titanic e altre storie di mare (Cluster-A, tr. M. Curreli, U. Mursia e R. Prinzhofer) raccoglie nove testi di Joseph Conrad scritti fra il 1909 e il 1923. Marinaio e capitano, ancor prima che romanziere, davanti al transatlantico affondato nel 1912 l’autore di Cuore di tenebra non cerca colpevoli, individua un'idea di progresso. Il Titanic, sostiene, non era una nave ma un albergo galleggiante costruito per vendere meglio: la sua presunta inaffondabilità nasceva dalla pubblicità. E da tutto ciò ricava una legge spietata: più la macchina appare perfetta, più devastante sarà il suo fallimento. E se ogni epoca costruisce il proprio dispositivo inaffondabile, l'acciaio d’un tempo, oggi si è tramutato nell’algoritmo.
Terza rotta: il mare come un elemento che ci tiene prigionieri. Il romanzo Un matrimonio in mare aperto di Sophie Elmhirst (NNeditore, tr. Alessandra Castellazzi) ricostruisce la storia vera di Maurice e Maralyn Bailey, coppia inglese che vende tutto e si costruisce una barca, l’Auralyn. Ma il 4 marzo 1973, a ovest delle Galápagos, un capodoglio di dodici metri squarcia lo scafo e affonda insieme a loro, morente. I coniugi restano su una zattera di gomma per ben centodiciassette giorni alla deriva nel Pacifico. Elmhirst lavora su diari e testimonianze e resiste tenacemente all’epica, fra gli ami ricavati dalle spille da balia, i miraggi dovuti agli stenti e la reciproca forza che li spinse a non mollare anche quando tutto sembrava perduto. E poi giunge il momento di scendere sotto la superficie. Con Abissi.
L’ultima frontiera, Roberto Danovaro (Mondadori), uno dei massimi esperti mondiali di ecosistemi profondi, descrive il fondo oceanico come la nuova geografia del potere: noduli polimetallici ricchi di cobalto, nichel e rame nella piana di Clarion-Clipperton; cavi su cui viaggia il 99 per cento del traffico dati globale; ventidue concessioni minerarie già assegnate su un milione di chilometri quadrati. Danovaro però non predica la decrescita e non ci fa la morale ma tira le somme del business: da quelle miniere potrebbero uscire tre miliardi di dollari in trent'anni, briciole rispetto alle attese, mentre dagli organismi abissali già oggi si ricavano già antibiotici e antivirali. La domanda non è se toccare gli abissi, ma chi decide quando è il momento giusto per farlo, con la consapevolezza che i tesori più promettenti ci attendono nelle profondità.
E infine, concludiamo con un romanzo: La stagione dell’acquario di Anne Cathrine Bomann (Iperborea, tr. Eva Valvo) che racconta la storia di Vigga, una donna danese che si è sempre sentita fuori tempo. La salvezza giunge inattesa con un impiego temporaneo in un acquario e dall’incontro con Rosa, una femmina di polpo: intelligenza decentrata, aliena, ventose premute sul vetro in cerca di una via d’uscita. Il libro entra in un filone affollato – da Creature luminose a Il mio amico in fondo al mare – ma con talento Bomann evita di farci la predica: il “suo” polpo non guarisce nessuno, semmai obbliga Vigga a riconoscere l’alterità come misura di sé.
Lì dove nessuno si era spinto oltre, le carte annotavano “Hic Sunt Dracones” e solo gli esploratori animati dalla fame d’ignoto sentivano il richiamo di quei mari, il pericolo come una seconda pelle da indossare, per sentirsi finalmente vivi. A prescindere dai generi, la letteratura di mare quella vera, spaziando da Wilbur Smith a Hugo Pratt, da Álvaro Mutis a Jean-Claude Izzo - coglie da sempre quest’anelito e ci invita a non smettere mai di sognare l’abisso. Ecco a cosa servono i libri, a puntare la linea d’ombra dell’orizzonte, abbracciando la paura ma continuando a tenere la rotta.