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Il Santa Claus di Fitzgerald

Per gentile concessione dell’editore Oligo pubblichiamo un estratto del racconto di Scott Francis Fitzgerald "Uno sventurato Santa Claus" a cura e con la traduzione di Sandra Spoto. Tradotto per la prima volta in italiano, in tutte le librerie dal 4 novembre
di Scott F. Fitzgeraldgiovedì 29 ottobre 2026
Il Santa Claus di Fitzgerald

3' di lettura

Era stata tutta colpa di Miss Harmon. Se non si fosse fissata con quel capriccio, Talbot non avrebbe fatto una figuraccia, e – ma sto correndo troppo. Era la Vigilia di Natale. I Santa Claus dell’Esercito della Salvezza coi loro nasi paonazzi lo rimarcavano colpendo ripetutamente degli sgangherati caminetti di carta con dei cucchiai di latta. Vecchi scapoli carichi di pacchi regalo erano ormai incuranti di quante pantofole e vestaglie avrebbero dovuto ringraziare il giorno seguente, e si univano alla generale aria di festa che pervadeva la frenetica Manhattan. Nel salotto di una casa situata in una strada residenziale fiocamente illuminata da qualche parte a est di Broadway, sedeva la signorina che, come ho detto prima, diede inizio a tutta la faccenda. Stava intrattenendo una conversazione tra il frivolo e il sentimentale con un giovanotto impeccabilmente abbigliato che sedeva con lei sul divano. A ogni modo, era tutto appropriato e corretto, perché erano ufficialmente fidanzati e pronti a convolare a nozze a giugno.

«Harry Talbot», disse Dorothy Harmon, alzandosi e restando lì a ridere dell’allegro giovane gentiluomo al suo fianco, «quanto è vero che sei il ragazzo più ridicolo che abbia mai incontrato, mangerò quella terribile scatola di caramelle che mi hai portato la scorsa settimana!» «Dorothy», la redarguì il giovane, «dovresti accettare i regali con lo spirito con cui ti vengono donati. Quella scatola di caramelle mi è costata un mucchio di soldi tirati su a fatica». «Soldi tirati su a fatica, certo!» si burlò Dorothy. «Sai benissimo che non hai mai guadagnato un centesimo in tutta la tua vita. Giocare a golf e andare a ballare – questa è la totalità delle tue occupazioni. Non sai neanche spenderli i soldi, figuriamoci guadagnarli!» «Mia cara Dorothy, sono riuscito a racimolare dei bei debiti il mese scorso, come scoprirai se chiederai a mio padre». «Questo non è spendere il tuo denaro. È sprecarlo. Non penso che riusciresti a regalare venticinque dollari neppure se ne andasse della tua vita».

Ma perché mai», protestò Harry, «dovrei voler regalare venticinque dollari?» «Perché», spiegò Dorothy, «si tratterebbe di vera carità.
Non è niente far pagare a tuo padre una scrivania e farmela recapitare, ma regalare del denaro a degli sconosciuti sarebbe già qualcosa». «Veramente, chiunque può regalare del denaro», dissentì Harry. «Allora», esclamò Dorothy, «vedremo se ce la farai. Non credo che riusciresti a regalare venticinque dollari in una serata nemmeno se ci provassi». «Certamente, ci riuscirei». «Allora provaci!» E Dorothy, precipitatasi in corridoio, gli prese cappotto e cappello e glieli mise in mano, mentre esitava. «Ora sono le otto e mezzo. Torna qui alle dieci in punto». «Ma, ma» ansimò Harry. Dorothy lo stava spingendo verso la porta. «Quanti soldi hai?» domandò lei. Harry si mise la mano in tasca con rassegnazione e contò una manciata di banconote. «Esattamente venticinque dollari e cinque centesimi». «Molto bene! Ora ascolta! Queste sono le regole. Esci e dà questi soldi a chi ti pare, purché sia qualcuno che non hai mai visto prima. Non dare più di due dollari a nessuno. E sii qui alle dieci in punto con non più di dieci centesimi in tasca». «Ma», dichiarò Harry, continuando a indietreggiare verso la porta, «io voglio i miei venti cinque dollari». «Harry», disse Dorothy dolcemente, «sono sorpresa!» e con questo gli sbatté la porta in faccia. «Insisto», brontolò Harry, «è un comporta mento a dir poco insolito».

Scese i gradini ed esitò. «Ora», pensò, «dove dovrei andare?» Rifletté un momento e infine si diresse verso Broadway. Aveva percorso circa mezzo isolato quando vide avvicinarsi un gentiluomo in cilindro. Harry tentennò. Allora si decise e, avvicinandosi all’uomo, emise quella che avrebbe voluto fosse essere una cordiale risatina ma che risuonò più come un gorgoglio, per poi vociferare sonoramente: «Buon Natale, amico!» «Anche a te», rispose l’uomo col cilindro, e avrebbe proseguito oltre, ma Harry non voleva arrrendersi. «Mio buon amico» – si schiarì la gola. «Vorresti che ti dessi qualche soldo?» «Che cosa?» sbraitò l’uomo.
«Potresti aver bisogno di un po’ di soldi, non si sa mai, per – ehm – comprare – una – una – bambola di pezza ai bambini», concluse brillantemente. Un attimo dopo il suo cappello volò via verso il ciglio della strada, e quando lo raccolse l’uomo era lontano. «Ecco cinque minuti sprecati», borbottò Harry, mentre, pieno di rabbia nei confronti di Dorothy, proseguiva a grandi passi. Decise che avrebbe provato un approccio diverso con le prossime persone che avrebbe incontrato. Si sarebbe espresso con maggiore educazione (...).