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Panetta (Bankitalia): "Svolta green e difesa costeranno 800 miliardi"

Fabio Panetta
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Le relazioni internazionali sono oggi messe a dura prova da tensioni e conflitti insorti in molte aree del mondo: dall’Europa orientale al Medio Oriente, dall’Asia all’Africa. Il 2023 è stato l’anno con il maggior numero di conflitti dalla Seconda guerra mondiale. Le dispute geopolitiche, e ancor di più il dramma della guerra, hanno implicazioni che oltrepassano i confini dei Paesi coinvolti. Esse generano rischi economici e ostacolano gli scambi internazionali di beni e servizi e i movimenti dei capitali, fino a provocare una frammentazione dell’economia mondiale tra blocchi contrapposti di Paesi (...). L’economia europea è particolarmente esposta alle conseguenze di una frammentazione del commercio mondiale per effetto sia della sua stretta integrazione produttiva e finanziaria con il resto del mondo, sia del suo modello di sviluppo, dipendente dall’importazione di risorse naturali e fondato sulla domanda estera (...).

 


Ciascuno dei tre pilastri dell’ordine multilaterale del dopoguerra – apertura commerciale, crescita economica e stabilità geopolitica – è oggi messo alla prova. In primo luogo, la globalizzazione incontra resistenze in più Paesi avanzati (...). Gli eventi che ho appena descritto hanno stimolato una riflessione su costi e benefici dell’eccessiva dipendenza da Paesi terzi per la fornitura di materie prime e prodotti essenziali (...) non possiamo ignorare i rischi geopolitici e i loro effetti. Dobbiamo considerare la possibilità di trovarci di fronte a ulteriori spinte protezionistiche e a una deglobalizzazione dell’economia mondiale, e valutare come rispondere in una tale evenienza. La soluzione è rafforzare l’economia europea lungo tre direzioni principali: riequilibrando il suo modello di sviluppo; garantendo la sua autonomia strategica; adeguando la sua capacità di provvedere alla propria sicurezza esterna e potenziando il suo ruolo nel dibattito internazionale. L’obiettivo non è contrapporsi ad altri o chiudersi all’interno dei confini domestici, ma acquisire forza per contribuire alla concorrenza, all’integrazione e al dialogo tra Paesi. Per conseguire questi obiettivi sono necessari interventi strutturali (...).

 


INVESTIMENTI Gli interventi che ho appena descritto richiedono un forte incremento degli investimenti pubblici e privati rispetto al periodo precedente la pandemia, in cui l’accumulazione di capitale nell’area dell’euro è stata assai contenuta (...). In precedenti interventi, due anni fa, riportavo le stime della Commissione europea relative al fabbisogno di investimenti pubblici e privati necessari per finanziare le transizioni climatica e digitale e per innalzare la spesa militare al 2 per cento del Pil. Quelle stime – allora dell’ordine di 600 miliardi di euro annui fino al 2030 – sono nel frattempo aumentate, a 800 miliardi di euro annui, così come sono aumentati gli interventi necessari per garantire la competitività e l’autonomia strategica dell’economia europea. È evidente che un programma di tale portata richiede di impegnare il bilancio della Ue. Anche se la quota a carico del bilancio pubblico fosse contenuta – ad esempio, tra un terzo e un quarto del totale – l’onere sarebbe comunque pesante, e se dovesse ricadere soltanto sui singoli Stati membri alcuni Paesi potrebbero ritrovarsi con un ammontare di investimenti insufficiente o con un assottigliamento dello spazio fiscale. E potremmo assistere a un aumento della frammentazione finanziaria e della divergenza tra Paesi, a danno del mercato unico. Per di più, le misure che ho descritto in precedenza – nel campo della sicurezza energetica, della transizione digitale, della produzione di tecnologia, dell’immigrazione, della difesa – riguardano beni pubblici europei, che richiedono interventi anch’essi europei, in quanto un insufficiente ammontare di investimenti genererebbe esternalità e ripercussioni negative su tutti i Paesi (...).

 


UNA NUOVA UNIONE È nel nostro interesse difendere con determinazione i progressi sin qui conseguiti nel grado di apertura e integrazione globale (...). La portata di questi impegni è enorme, e i Paesi europei possono avere successo soltanto unendo le forze e progredendo verso un’Unione economica e monetaria vera e propria, con un’integrazione più stretta in termini sia finanziari sia fiscali. Alla metà del secolo scorso l’Europa fu creata per scelta, per non rivivere gli orrori della guerra. Di fronte ai rischi di frammentazione economica e ai conflitti che stanno emergendo in più aree del mondo, il suo rafforzamento è oggi un obbligo: per contrastare le divisioni esterne all’Unione dobbiamo poter contare su una maggiore integrazione interna. L’Europa deve convogliare a suo favore la forza collettiva dei Paesi che la compongono. Nel secondo dopoguerra Luigi Einaudi, mio illustre predecessore poi eletto presidente della Repubblica italiana – conscio dell’esigenza di progredire verso una cooperazione sempre più stretta tra gli Stati europei – affermava: «La necessità di unificare l’Europa è evidente. Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sopportare il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’esistere uniti e lo scomparire». Il suo monito è tremendamente attuale nei tempi di frammentazione e di guerra che stiamo vivendo. Le risposte che daremo dovranno essere all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte.

 

 

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