La Corte Suprema americana ha stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) non può essere lo strumento normativo con cui Trump impone unilateralmente i dazi. I margini di manovra della Casa Bianca si restringono. Niente più uscite ad effetto e imprevedibilità. Il processo decisionale si irrigidisce. Tutto deve passare dal Congresso entro cinque mesi dall’applicazione delle tariffe. Gli organi di garanzia quasi mai solerti nel tutelare le libertà del privato cittadino in patria contro le angherie del governo di turno - si pensi alle odiose limitazioni subite con il covid fanno il docile cane da guardia a difesa degli interessi del podestà straniero.
Pechino guadagna infatti potere negoziale a scapito di Trump in vista del prossimo vertice USA-Cina, rileva l’analista Zoe Liu del Council of Foreign Relations. E quando una democrazia, coi suoi pesi e contrappesi, sale sul ring contro una dittatura, al combattimento ci arriva con un braccio legato. La sentenza cambia anche il modo in cui le imprese dovranno valutare le decisioni dei politici. Qualche esperto di marketing e di logistica in meno e qualche avvocato in più. Non si estingue ovviamente la guerra commerciale fra USA e Cina. Ma nell’immediato tatticamente Pechino ne trae vantaggio.
Durante la dittatura maoista fatta di riforme agrarie che hanno impoverito il paese nei primi anni sessanta- per dirla alla Giulio Sapelli “molta falce e poco martello” e con ciò quasi contravvenendo Marx che invece esaltava l’industria a discapito dell’“idiotismo del mondo rurale”- ci eravamo illusi che la Cina non fosse più un impero. Ma i primi ad offrire l’occasione di riscatto a Pechino sono stati Nixon e Kissinger con la famosa politica del ping pong. Washington aveva in Mosca un nemico giurato e serviva una quasi-alleanza con Pechino. Ironia della sorte, ora è vero l’esatto contrario. Ma intanto la sottomissione a Pechino si è successivamente celebrata col suo ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Nel primo quarto di questo secolo la Cina ha accumulato un surplus commerciale di oltre 5mila miliardi di dollari. Superato solo da quello della Germania (5.200 miliardi). Come hanno fatto 80 milioni di tedeschi a superare la Cina con quasi 1,4 miliardi di persone? Perché sono biondi e con gli occhi azzurri? Macché, magia dell’euro.
La Germania shakera nel cocktail il marco con la lira, il franco e la dracma; e così ottiene un marco svalutato. Vero steroide per il surplus commerciale. Ecco perché Trump ha preso di mira soprattutto Pechino, Berlino e poi anche Tokyo. Il Giappone in venticinque anni ha infatti accumulato un surplus di 3.700 miliardi. In pratica un grande cliente del mondo con oltre 14,3 miliardi di deficit commerciale, (gli USA) e tre grandi fornitori (Germania, Cina e Giappone) con quasi 14mila miliardi di surplus. Ma fra i tre grandi clienti il più temibile per Washington rimane la Cina. Il partito cinese nel mondo ha radici profonde.
Il premier Carney esalta la relazione Canada-Cina. Romano Prodi, praticamente ambasciatore cinese in Italia, durante la visita in Cina di dicembre era estasiato dai “cambiamenti straordinari” del dragone. L’ex ministro Tria vede negli USA un ostacolo ad una nuova via della seta. Che detto fra noi, fare un accordo commerciale con la Cina è come mettere la testa dentro la bocca del leone (e del dragone).
Merz come ogni anno guida la delegazione di trenta imprese tedesche in Cina. Berlino si illude ancora di avere un mercato in Cina me è vero l’esatto contrario. La Germania ha un deficit commerciale con Pechino di circa 87 miliardi di dollari. E in finale rimangono due lezioni. La prima è che non esiste una politica commerciale europea perché in queste ore Merz è in Cina per i fatti tedeschi. Inoltre è nel nostro interesse che i dazi imposti da Trump a Cina ed est asiatico tornino ad essere superiori rispetto a quelli imposti a noi. In questi mesi il nostro export ne ha tratto giovamento. Evitiamo posizioni interpretabili come filo cinesi (e un po’ anche filo tedesche).




