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Ecco perché il prezzo del greggio prima sale e poi scende

I paesi Iea hanno riserve per 1,2 miliardi di barili già immagazzinate per le emergenze. E questa è un’emergenza
di Fabio Dragonimartedì 10 marzo 2026
Ecco perché il prezzo del greggio prima sale e poi scende

3' di lettura

“Tanto tuonò che piovve. Ma poco”. È la sintesi della giornata di ieri sul mercato del petrolio. Venerdì sera per acquistare un barile di greggio (che poi sono quasi 160 litri) servivano 91 dollari. Appena il mercato si apre, il prezzo arriva quasi a 120 dollari superando il livello toccato nel 2022 all’indomani dell’invasione russa in Ucraina. Poi è progressivamente calato sotto i 95 dollari. La domanda è: ma che è successo? Che il prezzo del petrolio salisse era scritto. Ma perché poi è diminuito? Il regime è caduto? No. Lo stretto di Hormuz è riaperto? No. E allora? Il fatto del giorno è l’indiscrezione rilanciata dal Financial Times subito di prima mattina. I ministri dell’economia del G7 si sarebbero riuniti, cosa che hanno effettivamente fatto sotto la presidenza francese di turno del 2026, per deliberare la messa sul mercato di un terzo delle riserve petrolifere. Alla riunione ha anche partecipato il presidente dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) Fatih Birol in rappresentanza dei sui 32 membri. Ne fanno parte la maggioranza dei paesi europei cui si aggiungono Australia, Corea, Giappone, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Turchia, Stati Uniti e Regno Unito. L’operazione prefigurata prevedeva il rilascio sul mercato di un terzo del petrolio accantonato da questi paesi. Che tradotto in numeri significa più o meno questo. I paesi Iea hanno riserve per 1,2 miliardi di barili già immagazzinate per le emergenze. E questa è un’emergenza.

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Cui si aggiungono altri 600 milioni di barili “requisibili” da parte dei governi e che le industrie estrattive sono obbligate a vendere a richiesta. Mettere quindi sul mercato 400 milioni di barili attualmente immagazzinati per le emergenze era la proposta. In pratica se anche lo stretto di Hormuz rimanesse chiuso per quasi un mese (27 giorni) il petrolio che non passa da quello stretto sarebbe ottenibile con il rilascio di queste riserve. L’operazione non è andata e buon fine. Nessun accordo sul rilascio delle riserve. Quindi di nuovo panico sul mercato? No! Anzi il prezzo ha continuato a scendere addirittura sotto i 95 dollari. La domanda è: perché? La risposta più semplice è che il fallimento nel trovare un accordo è stato in realtà - a suo modo - un successo. Tutto il mondo ha preso contezza del fatto che il petrolio accantonato è tanto. E che qualora fosse messo sul mercato gli Stati Uniti avrebbero comunque quasi un mese di tempo per risolvere il problema Hormuz.

Quindi si, “Houston abbiamo un problema” ma non è ancora un’emergenza. A questo si aggiunga che l’Arabia Saudita ha previdentemente costruito un oleodotto lungo 1.200 km e che collega Abqaiq (sul Golfo Persico) a Yanbu sul Mar Rosso. Rifornirsi a quelle latitudini per gli occidentali è addirittura ancora più conveniente. Per i cinesi un po’ meno. Sia chiaro, da quel tubo non può che passare circa 1/4 del petrolio che passa dallo stretto. Ma questo contribuisce a rendere le riserve “smobilizzabili” ma non “smobilizzate” una mossa ancora più efficace. In finale, tutti hanno capito che c’è tanto petrolio anche per dare tempo a Trump di risolvere definitivamente la questione. Tanto che il Tycoon ha dichiarato: «Ho un piano per tutto e vedrete che vi piacerà».

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A questo si sono aggiunte altre novità non di poco rilievo. La prima è che abbiamo un temerario che ha oltrepassato indenne lo stretto. Una petroliera greca con a bordo un milione di barili. E non sembra il solo. Secondo il sito HFI Research sono diverse le petroliere che spengono il transponder prima di entrare e lo riaccendono una volta uscite. La seconda è che l’Iran ha provato a colpire la Turchia. Paese, in passato, mai troppo ostile a Teheran. La crescente solitudine di Teheran non fa che rendere più probabile che tutto il mondo si metta d’accordo per dare il suo contributo a far sì che la situazione torni alla normalità. Quindi è una buona notizia per gli operatori. La terza è che Putin fa sapere di essere pronto a rivendere senza problemi il suo petrolio. Altro greggio che torna libero sul mercato. Magari Trump un piano non ce l’ha. Ma sta di fatto che tutto il mondo sembra voler vedere le carte di Teheran e scoprire il bluff. Minaccia di far salire il prezzo del petrolio a 200 euro, ma le aspettative degli operatori sembrano altre. Anche oggi la fine del mondo sembra rimandata a domani.