OPINIONE

I dazi di Donald sono più geopolitica che economia

di Mario Sechimartedì 8 luglio 2025
I dazi di Donald sono più geopolitica che economia

3' di lettura

Quando Donald Trump annuncia dazi sul Giappone e sulla Corea del Sud, l’errore più grande è quello di concentrarsi sulla percentuale delle tariffe, sugli indici di Wall Street, sui commenti degli economisti. Non ne hanno azzeccata una fino a oggi e il motivo è semplice: separano il commercio dalla geopolitica, ragionano su un mondo senza barriere che non è mai esistito, neppure quando la globalizzazione galoppava. Eppure, i nomi di Tokyo e Seul dovrebbero suggerire qualcosa: il Giappone è l’alleato più importante degli Stati Uniti in Asia dal 1945, la Corea del Sud è una nazione che dalla fine della guerra coi comunisti del nord di Pyongyang costituisce una barriera armata di tutto punto dall’America.

Nel mondo di ieri Trump non avrebbe mai annunciato dazi (con questa veemenza) contro i suoi alleati, ma il mondo di oggi è completamente diverso: è dominato dall’insicurezza e dal ritorno dello scontro tra le grandi potenze. Gli Stati Uniti dal 1944 in poi hanno costruito l’ordine mondiale di Yalta, a guerra in corso crearono il sistema di Bretton Woods (poi disfatto da Nixon nel 1971), fondarono l’Onu, la Nato, siglarono il Patto del Pacifico, si inventarono il piano Marshall per costruire (e armare) l’Europa durante la Guerra Fredda con l’Unione Sovietica. Questo scenario è in crisi da decenni, dalla caduta del Muro nel 1989 e dalla dissoluzione dell’Urss nel 1991, ma non è stato sostituito da nulla di nuovo perché Washington confidava nell’espansione senza fine del capitalismo e nel trionfo della democrazia. Gli economisti di Chicago si illusero che inoculando le leggi del mercato in Russia e in Cina, le dittature sarebbero entrate in crisi per poi scomparire.

La storia ha provato l’errore di questa visione. Nel frattempo, l’America ha continuato a macinare debito e spostare la produzione all’estero, consegnando la bilancia commerciale allo straniero, in particolare alla Cina. Nel dopoguerra non sfuggì a quel genio di John Maynard Keynes (un economista che conosceva la politica meglio dei politici) che i crescenti deficit commerciali tra le varie nazioni sarebbero diventati un problema, un innesco per altre guerre. Decennio dopo decennio, la situazione si è aggravata e mentre gli Stati Uniti spendevano migliaia di miliardi di dollari per assicurare la difesa dell’Europa, contrastare l’instabilità del Medio Oriente (e non far pagare agli americani un prezzo troppo alto alla pompa di benzina), il resto dell’Occidente godeva dell’ombrello della sicurezza e cresceva, in una fase di straordinaria espansione. Il problema è diventato sempre più grave quando le amministrazioni democratiche hanno gonfiato la spesa pubblica a livelli inimmaginabili, seguiti dai repubblicani (e lo fece anche Ronald Reagan, cari liberali), per mantenere il vantaggio competitivo accumulato e dare agli elettori sussidi di ogni tipo, con tagli fiscali via via insostenibili. Guardate la legge di bilancio appena votata dal Congresso e firmata da Donald Trump: il presidente la definisce “meravigliosa”, ma è sempre un salto nel buio del debito senza fine, una necessità politica dettata da ragioni interne e spinta esponenzialmente dall’irrinunciabile ruolo globale che la storia ha assegnato all’America.

Per ora. L’isolazionismo della Casa Bianca in realtà è solo una differente visione dei rapporti di forza. I dazi sono solo uno strumento per cercare di riequilibrare le relazioni commerciali, rendere più leggero per gli Stati Uniti il bilancio del Pentagono (mille miliardi di dollari) e la spesa interna che nella politica trumpiana è associata sempre alla sicurezza. Washington deve contrastare l’assalto di Pechino e, sapendo di poter contare su una impareggiabile leva militare con gli alleati, può permettersi perfino di aprire una guerra commerciale con il Giappone e la Corea del Sud. Come finirà? Non lo sappiamo. Ma da tutto questo discende che gli Stati Uniti sono gli architetti di un nuovo mondo. Gli europei non capiscono cosa sta accadendo, perché hanno rinunciato da tempo a pensare secondo categorie politiche e si affidano alla partita doppia degli economisti, i più ciechi di tutti in questi decenni. I consiglieri della Casa Bianca hanno in mente un Grande Gioco, sono abituati a muovere i pezzi sulla scacchiera dall’Atlantico al Pacifico, controllano le rotte dell’energia e delle materie prime (nessuno ha capacità di proiezione navale come il Pentagono) stanno sparecchiando il tavolo del vecchio mondo per imbandirne uno nuovo. La sfida è non essere nel menù.