Mentre quasi tutta la Svizzera si ferma, ieri nel primo pomeriggio, per un minuto di silenzio che sembra un’eternità sospesa sopra al disastro di Crans-Montana, a Sion, nel Canton Vallese, la procura arresta Jacques Moretti e manda ai domiciliari sua moglie Jessica. È il giorno del dolore, gli svizzeri son gente pratica, poco incline alla polemica: però quel che è successo è ancora lì, sotto gli occhi di tutti, nello scheletro bruciato del Constellation, nelle stanze in rianimazione dei sopravvissuti, nei cortei funebri che (anche in Italia) salutano commossi quei ragazzi che volevano soltanto andare a una festa di Capodanno.
È ancora mattina, sono circa le 8, quando i Moretti arrivano alla sede della procura cantonale. Camminano mano nella mano, guardano per terra, hanno la faccia tesa, sono scortati dalla polizia perché tutt’attorno c’è un capannello di giornalisti che punta loro contro i flash. L’interrogatorio a cui stanno per partecipare era stato anticipato giovedì. Probabilmente non lo sanno, “i corsi”, non lo immaginano, che dopo sei ore di domande e richieste di chiarimenti Jessica uscirà da quello stabile con un braccialetto elettronico alla caviglia (sorretta dal suo avvocato si limiterà a commentare, piangendo: «Il mio pensiero costante è alle vittime, è una tragedia che non avrei mai potuto immaginare ed è successa proprio nel nostro locale. Per questo voglio scusarmi»), mentre suo marito Jacques salirà su un cellulare della polizia che lo porterà direttamente in carcere. La ragione per cui anche Jessica non entra in prigione è che ha un bambino piccolo a cui deve badare. Cambia tutto, ora, nell’inchiesta di Crans.
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Fino a due giorni fa la procuratrice Béatrice Pilloud aveva giustificato il non ricorso alle misure cautelari con la mancata sussistenza dei requisiti imposti dall’ordinamento svizzero (che tra l’altro sono gli stessi di quello italiano: pericolo di fuga, inquinamento delle prove e reiterazione del crimine); travolta dalle polemiche (addirittura l’ex procuratrice federale della Confederazione Rosa Cappa si è detta sorpresa: «Su quei fatti gravissimi si rischia di non avere giustizia») oggi fa retromarcia.
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Esistono, eccome, i presupposti per la detenzione preventiva: «Per le sue (di Jacques, ndr) dichiarazioni, il suo percorso di vita e per la sua situazione sia in Svizzera che all’estero». Il sottotesto è nell’elenco delle proprietà, in quella fortuna accumulata, tra Crans e Lens, in appena un decennio, nel precedente della condanna a dodici mesi per sfruttamento della prostituzione, in quel bar, in quegli edifici milionari acquistati senza aprire né un mutuo né contrarre un euro di debito.
Ma c’è dell’altro perché questa vicenda è appena agli inizi e ogni giorno che passa si aggiunge un piccolo tassello: sul video ripreso dalle telecamere dei lampioni, dalla strada, con Jessica che scappa dal Constellation in fiamme si esprimerà chi lo sta eventualmente visionando in via ufficiale, sui filmati che i Moretti hanno cancellato dai loro profili sui social network nelle ore immediatamente successive quel rogo finito in mondovisione parla invece già mezza Svizzera. Le autorità di Sion fanno notare, non bastasse, che Jacques è a tutti gli effetti un cittadino francese e che la Francia, quando si tratta di procedimenti di estradizione, non è tra i Paesi più malleabili: la Svizzera non fa parte dell’Unione europea, però fa parte dell’area Schengen, vuol dire che teoricamente non servirebbe nemmeno la carta d’identità per passare la dogana via terra.
Assieme ai Moretti, alla procura di Sion, ci sono i loro tre difensori, Yael Hayat, che è considerata una star nel foro elvetico, Nicola Meyer e Patrick Michod. È quest’ultimo che, terminata la giornata, fa sapere: «Il procuratore generale ha auspicato di avere una serie di garanzie, le ha proposte e il mio cliente le ha immediatamente accettate. Nel giro di quarantott’ore le depositerò al tribunale competente per le valutazioni». Come a dire, questa situazione non durerà a lungo.
OSSERVAZIONI
«Avrebbero dovuto essere arrestati immediatamente in modo che tutte le prove potessero essere raccolte e aggiunte al fascicolo», si sfoga invece Sébastian Fanti che è uno degli avvocati dei famigliari delle vittime (qualcosa di simile lo dice anche il vicepremier leghista Matteo Salvini, a Roma, uscendo dalla messa di commemorazione della tragedia: «Ci hanno messo anche troppo ad arrestare quei due delinquenti»): «È stato un errore colossale», prosegue poi Fanti, «la prova è (appunto, ndr) che sono riusciti a disattivare parte del loro sito web e a cancellare contenuti che avrebbero potuto essere utili». Con Fanti parla anche il collega Romani Jordan: «Ci aspettiamo che le famiglie ottengano delle risposte e si sentano ascoltate e che tutte le responsabilità, dalla a alla zeta, vengano accertate: questa tragedia non sarebbe mai dovuta accadere, è potuta avvenire qui in Svizzera nonostante tutte le misure legali, legislative e di sorveglianza in atto». La questione, tuttavia, non riguarda più (solo) la Svizzera.
Sì, certo, l’incendio è avvenuto a Crans e la competenza è quella elvetica, la maggior parte delle vittime e dei feriti è composta da cittadini svizzere: però si stanno muovendo, a supporto, per garanzia, perché è così che funziona in casi come questo, anche le procure di Francia, Belgio e Italia. «Credo che sia giusto che il nostro Paese si costituisca parte civile perché questa è stata una ferita inferta a tutti», commenta il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Forza Italia) al termine della cerimonia nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso: sono sei gli italiani morti in quel pub-discoteca d’oltralpe, sicuramente senza intenzione ma per negligenza e imprudenza e controlli non fatti da almeno sei anni. La procura di Roma (che è quella che di norma segue gli episodi che vedono coinvolti i nostri connazionali all’estero) sta procedendo per incendio e omicidio colposi e ha delegato i colleghi di Milano, Bologna e Genova a eseguire le autopsie sulle salme che sono rientrate (e che sono già state tumulate): Pilloud, infatti, non aveva disposto altrettanto prima di concedere il via libera per il rientro delle spoglie.




