Depotenziato come generoso sponsor del terrorismo islamico, per i colpi di maglio israeliani inferti a Houthi, Hamas e Hezbollah, non più capace di mantenere l'ordine interno con la repressione feroce del dissenso, l'Iran spazzato dai venti della crisi economica e di quella sociale è un problema serio da risolvere, dentro e fuori. Ma sul come farlo, nasce un problema nel problema. Su una cosa gli ayatollah hanno però ragione, quando ai timori di una devastante azione militare di Donald Trump ha risposto rilanciando e minacciando sfracelli: la destabilizzazione geopolitica, in quella turbolenta fetta di mondo, è sempre da guardia alta.
Khamenei senza giri di parole ha ammonito che un attacco americano innescherà inevitabilmente una guerra regionale.
Se gli Usa sono pronti a chiudere la partita, vista la presenza militare aeronavale di primo livello dalle parti dell'Iran, ma ne sono frenati, Israele avrebbe invece già liquidato la pratica, ripetendo su scala più devastante quanto messo in pratica nella prova generale del 2025, se fosse stato svincolato da rapporti, alleanze e convenienze. Teheran, infatti, rappresenta un “nemico esistenziale”, quindi irriducibile e inconciliabile, proprio per la componente religiosa e ideologica del regime. A tirare per la giacca gli Stati Uniti sono adesso gli spettatori interessati e pure attivi, Turchia in primo luogo, ma anche Arabia e Qatar. Da un lato il rischio della democratizzazione di una nuova nazione persiana, che agirebbe da lusinga e da detonatore in Paesi che tutto sono tranne che democrazie. Dall'altro una crescita di ruolo di Israele in tutta la regione, e non solo per la forza militare, con l'uscita dall'angolo grazie alla fase esecutiva e all'allargamento degli Accordi di Abramo del 2020, ancora con Trump presidente.
Iran, esplosioni con vittime: scatta l'allarme, quando possono intervenire gli Usa
"Sono state udite esplosioni a Nowshahr, Hashtgerd e Qeshm": situazione critica in Iran, secondo quanto riferi...Il fatto che, come confermato dalla Casa Bianca, l'Iran sembri più disposto alla trattativa per cercare di evitare lo scontro diretto e il disastro totale degli ayatollah, è evidente che si va verso la resa dei conti. Contenimento e pressione, cardini della politica estera di Washington e Gerusalemme, sono arrivati a un punto tale che risulta conveniente per tutti una via d'uscita, se non onorevole per la sanguinaria teocrazia liberticida di Khamenei, almeno non totalmente destabilizzante per l'area mediorientale. Nel vuoto di potere temporaneo o prolungato, la Turchia di Erdogan, col pragmatismo e la spregiudicatezza che gli sono propri, potrebbe inserirsi accrescendo il suo ruolo strategico e affermandosi come ponte con la Russia di Putin e i Paesi del Golfo, recitando da protagonista e costringendo Israele in seconda fila.
Il ruolo di mediatore diplomatico è quello più aderente alla politica estera adottata dal Qatar, anche a rischio di ambivalenza sui rapporti con Washington e con Teheran, ma con imbarazzi evidenti per quanto riguarda la sua struttura politica e sociale interna. Il Consiglio della cooperazione nel Golfo (GCC), Emirati e Arabia hanno puntato sulla collaborazione militare con gli Usa – e di riflesso con Israele – per tenere a bada l'espansione dell'Iran, avvertita come una minaccia più concreta dei pregiudizi antioccidentali e antiebraici. E si è visto chiaramente quando l'allarme sulla proliferazione nucleare ha superato il livello di guardia e l'aeronautica israeliana ha colpito le centrali: la reazione iraniana, muscolare a parole e blanda negli effetti, è stata vanificata anche grazie ai sistemi antimissile dei Paesi arabi. Il Medio Oriente si riconformerà in un equilibrio multipolare, che sarà sicuramente dinamico ma comunque un equilibrio. In attesa del nuovo Iran, che nessuno può dire adesso come sarà né come si inserirà in quel mosaico.




