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Un Grammy al Dalai Lama fa saltare i nervi alla Cina

Un premio alla meditazione tibetana e attacchi all’Ice. Ma il presidente americano annuncia querela solo contro il comico Noah per le calunnie
di Marco Respintimartedì 3 febbraio 2026
Un Grammy al Dalai Lama fa saltare i nervi alla Cina

4' di lettura

Domenica, l’attore comico sudafricano Trevor Noah ha fatto tombola, vincendo la possibilità di una denuncia da parte nientemeno che del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Noah presentava la 68esima edizione dei Grammy Awards nella Crypto.com Arena di Los Angeles.

Abusando della pazienza del microfono, e contrabbandando la satira con il sarcasmo (quello che un detto attribuito a Jean-Paul Sartre definisce il rifugio dei deboli), ha commentato la vittoria di Billie Eilish con Wildflower nella categoria «Canzone dell’anno» dicendo: «È un Grammy che ogni artista desidera quasi quanto Trump desidera la Groenlandia. Il che ha senso perché l’isola di Epstein non c’è più; ne serve una nuova per starci con Bill Clinton». E giù applausi a prescindere (potenza incontenibile dell’assenza di contraddittorio in diretta tivù) e risate scontate (così tanto che sembravano quelle preregistrate di sottofondo alle sit-com anni 1980).

Per la verità, oltre al comico che fa politica, anche la Eilish ha approfittato del proprio quarto d’ora di celebrità per giocare alla pasionaria dei pellirosse e dire alla Casa Bianca in tema di immigrazione: «Nessuno è illegale in una terra rubata», chiudendo poi con un secco «Fuck ICE». E pure il vincitore della categoria «Album dell’anno», il rapper latino Bad Bunny con Debí Tirar Más Fotos, a corto di fantasia, ha ripetuto: «Fuori l’ICE». Ma Trump ha perso le staffe solo con Noah. Perché un conto è l’ironia, anche puntuta, un altro la calunnia.

Trump è innocente come chiunque altro fino a prova contraria e per ora le montagne di carte del caso Jeffrey Epstein lo confermano. Per questo nel cuore della notte americana, fra domenica e lunedì, sul social Truth il presidente ha dato del perdente a Noah e respinto l’allusione «falsa e diffamatoria» secondo cui avrebbe visitato l’isola di Epstein, il magnate accusato di abusi su minori e morto suicida in un carcere di Manhattan. Trump ha ribadito di non esservi «mai stato, neppure nelle vicinanze», e intimato: «Sembra proprio che manderò i miei avvocati a querelare questo povero, patetico, incapace presentatore, e lo querelerò per un sacco di soldi», chiudendola dunque (si fa per dire) in risata: «Preparati, Noah, mi divertirò un mondo con te!».

Intanto il polverone sollevato dalla mano pesante dell’ICE in Minnesota e il chiacchiericcio sull’inquilino della Casa Bianca avevano però già fatto segnare, il giorno prima, un gol importante ai Democratici. Sabato si sono svolte le elezioni nella 9a Circoscrizione del Senato dello Stato del Texas, dopo che il Repubblicano Kelly Gene Hancock, eletto nel 2023, si è dimesso in giugno per assumere l’incarico di Controllore dei conti pubblici del Texas, e il Democratico Taylor Rehmet ha battuto la rivale Leigh Wambsganss con ampio margine, strappando ai Repubblicani un seggio considerato sicuro. Un articolo di The Wall Street Journal lo ha definito un campanello d’allarme per le elezioni di medio termine che in novembre rinnoveranno tutta la Camera e un terzo del Senato di Washington.

Il presidente Trump non è comunque l’unico a non avere digerito la notte dei Grammy. Xi Jinping, leader del Partito Comunista Cinese e uomo solo al comando di un Paese-continente all’altra parte del mondo, è andato su tutte le furie per la vittoria assegnata a sorpresa a Meditations: The Reflections of His Holiness the Dalai Lama, un insieme di riflessioni, racconto e musica disponibile da agosto su tutte le piattaforme di streaming musicale che a Los Angeles è stato giudicato «Miglior audiolibro, narrazione e storytelling».

Il Dalai Lama è il leader morale di un Paese che i comunisti cinesi perseguitano. Nel 1959 l’Esercito Popolare di Liberazione, che puntava a mandarlo giovanissimo a miglior vita, lo costrinse a lasciare il Tibet e da allora vive in esilio nel nord dell’India. La sua sola esistenza è, per Pechino, fonte di imbarazzo e rabbia.

Per questo ieri, durante una conferenza stampa, il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Lin Jian, con stizza evidente ancorché calmierata a beneficio di telecamere, ha definito l’assegnazione del riconoscimento artistico «uno strumento di manipolazione politica anti-cinese». Con prassi consueta, e oramai stucchevole, ha aggiunto: «È noto che il 14esimo Dalai Lama non sia soltanto una figura religiosa, ma un esule politico impegnato in attività separatiste anti-cinesi sotto la copertura della religione».

Da decenni il regime di Pechino fa di tutto per cancellare l’identità tibetana e teme quel Dalai Lama che impersonifica la pacifica contestazione delle violenze che esso perpetra. Dopo avere cercato di impedire lingua, costumi e religione nel Tibet occupato, ora il regime cinese sta cercando di controllare la designazione del prossimo Dalai Lama, stabilendo chi sarà la sua reincarnazione (questa la credenza dei buddhisti tibetani). Il Dalai Lama ha già risposto che proprio per questo motivo il successore nascerà all’estero. È una battaglia che non esclude alcun colpo, oggi nemmeno il Grammy Award.