Sono i cani piccoli, quelli che abbaiano più forte. Gli etologi spiegano che è per paura, ma i più suggestionabili si fanno spaventare lo stesso. È stata spiazzante la lettura ieri dei principali media occidentali, tutti a raccontare delle terribili minacce di Mojtaba Khamenei. Il poveretto è stato sottratto agli agi di rampollo miliardario, con una trentina di ville a Londra e un patrimonio di 95 miliardi di dollari, della suprema guida spirituale defunta, per prendere il posto del padre e diventare un morto che cammina, sempre che gli siano rimaste le gambe, cosa affatto certa. È il numero uno nella lista dei nemici da abbattere sia per Donald Trump sia per Bibi Netanyahu. Per la verità, non si sa neppure se sia ancora vivo, se sia ricoverato in terapia intensiva o se, come sostiene il regime, sia rimasto ferito nel bombardamento che è costata la vita al padre ma non sia troppo malmesso.
La tv iraniana ha diffuso un messaggio, letto da un mezzobusto, nel quale Mojtaba minaccia vendetta contro Usa e Israele, ma la parte più credibile è quando promette punizioni senza pietà al suo popolo al primo vagito di piazza. Segno che è un leader in difficoltà, al punto che cerca di rompere l’isolamento di Teheran rispetto al resto del mondo arabo sostenendo che le bombe sganciate dalla teocrazia su Dubai, Emirati, Bahrein e gli altri Stati colpiti in realtà erano destinate solo agli americani e non ai Paesi musulmani fratelli.
Khamenei jr, alle 6.34 la bomba del Mossad: ecco che fine ha fatto
«Hanno scelto un uomo morto per guidarli, un uomo morto che era finito prima ancora di iniziare», è i...Un intervento rabbioso e non orgoglioso, triste anziché potente, che non può neppure chiamarsi apparizione, visto che Khamenei Junior non si è mai fatto vedere dal giorno della sua nomina, neppure si sa dov’è; e il fatto che, in un Paese pieno di telecamere, il nuovo ayatollah in capo non abbia registrato neppure un video la dice lunga su quanto sia spaventato o impresentabile. Sa di poter essere raggiunto in ogni momento dai missili israeliani, come capitato al padre e a tanti esponenti del regime, ma a differenza del genitore rischia anche di essere ucciso da congiure interne, perché ha nemici pure in casa.
Cionondimeno, i media occidentali hanno rilanciato le sue parole dal bunker come fossero una minaccia grave e sostanziale, anche se probabilmente neppure sono state scritte da lui, ma dai pasdaran che lo hanno issato sul palcoscenico, a dispetto del potere religioso, e ne muovono i fili come a un burattino, come lasciano sospettare gli svarioni di forma e terminologia clericale e un linguaggio insolito per un ayatollah d’alto rango. Neppure quelle di Vladimir Putin, che pure si mostra di continuo, sono mai state prese tanto sul serio. È la riprova di quanto l’anti-americanismo, l’anti-trumpismo e l’antisemitismo permeano ormai l’Occidente e alimentano il racconto che molti esperti e la maggior parte della stampa fanno della guerra in Medio Oriente.
A leggere certe analisi Washington pare il soggetto debole: non ha calcolato la potenza dell’Iran, non ha un obiettivo, è in disaccordo strategico con Tel Aviv, ha sbagliato i conti economici; l’Iran invece sarebbe inaspettatamente solido, tanto da minacciare di morte i propri cittadini, tendere la mano a chi bombarda e nascondere i propri leader. Perbacco, nessuno vuole sottovalutare le incognite della guerra, i pesanti effetti economici sull’Europa e sulle tasche dei suoi cittadini, le difficoltà di un campo di regime in un Paese di novanta milioni di persone nel quale, fatto fuori un inturbantato, ne spunta subito un altro uguale se non peggiore. Però, ad ascoltare certi punti di vista autorevoli, davvero è sempre frequente rilevare come l’odio di parte dell’Occidente verso il presidente Usa stia sconfinando in una solidarietà ammirata verso i tagliagole di Teheran.




