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Il libro che spiega l'Iran e la sua voglia di libertà

L’editore Luni ripubblica l’unica traduzione totale in versi del poema epico di Firdusi e la cultura italiana fa finta di niente
di Giovanni Longoni domenica 22 marzo 2026

5' di lettura

Si chiama Shahnameh, il Libro dei re. È un poema epico lunghissimo - cinquantamila distici, i versi doppi della poesia persiana -, forse il più lungo poema mai scritto da un singolo autore, il doppio dell’Iliade e dell’Odissea messe insieme. Venne composto da Hakim Abol-Qasem Firdusi tra la fine del X e i primi anni dell’XI secolo, dopo la conquista araba dell’altopiano iranico, con l’intento di mantenere in vita la già allora millenaria civiltà persiana. Il libro mischia mitologia iranica e storia: nella terza e ultima parte compaiono tutti i sovrani sasanidi, i due Cosroe, ma ci sono anche gli achemenidi Ciro il Grande e Dario, e soprattutto il suo vincitore, Iskander-Alessandro Magno.

Firdusi scriveva in una lingua depurata da influenze arabe, narrava il passato pre-islamico della Persia, manteneva viva la memoria dello zoroastrismo. Era islamico - non poteva permettersi di non esserlo- ma quanto al suo intento, è difficile non vedervi una profonda opera di resistenza all’islam vittorioso. Firdusi non è uno storico, eppure la sua opera contribuì in modo decisivo a mantenere viva una tradizione di civiltà. Come egli stesso dichiarava alla conclusione del poema, nella traduzione che ne fece Italo Pizzi - orientalista torinese dell’Ottocento, primo e unico in Europa ad aver reso in versi l’intero poema dopo quasi vent’anni di lavoro, dalla cattedra di sanscrito e lingue orientali dell’Università di Torino: Poi che l’inclito libro così venne al suo fin/del verso mio tutta è piena la terra/ned io morrò più mai, ch’io son pur vivo/da che il seme gittai di mia parola.

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Non è vanteria di poeta. È la descrizione precisa di ciò che accadde: la lingua persiana sopravvisse all’arabizzazione anche grazie a quei cinquantamila distici. In Iran lo Shahnameh lo conoscono tutti- è come la Commedia- di Dante o l’Orlando Furioso per gli italiani di qualche generazione fa, citato a memoria da professori e contadini, recitato nelle cerimonie familiari, presente nei proverbi quotidiani. Per questa ragione il poema è oggi al centro di una guerra di interpretazioni che coinvolge tre soggetti con interessi radicalmente diversi: il mondo anglosassone, l’Europa continentale e il regime di Teheran.

Per gli analisti anglosassoni - e sono i più numerosi e i più letti - lo Shahnameh è prima di tutto un codice politico dell’opposizione. Il poema contiene la figura di Zahhak, re tiranno con i serpenti sulle spalle nutriti con il cervello dei giovani: un’immagine che da mesi campeggia sui muri delle città iraniane con il volto di Khamenei. Gli fa da contraltare Kaveh, il fabbro di Isfahan che entra nella reggia del despota per reclamare il figlio rapito, strappa il documento mendace che i nobili avevano firmato per compiacere il tiranno, e ne fa uno stendardo di rivolta. Il Derafsh Kaviani, lo stendardo di Kaveh, è tornato nelle piazze iraniane. Gli slogan delle proteste 2025-2026 ne riprendono direttamente la grammatica: «Il re tornerà in patria, Zahhak sarà rovesciato». Per gli anglosassoni questa lettura è lineare: il poema è il testo dell’opposizione, Firdusi è il poeta della libertà contro la teocrazia. L’Iran rivuole il suo re.

L’Europa continentale guarda alla stessa opera con più cautela. Studiosi tedeschi e francesi, e qualche analista italiano, osservano che lo Shahnameh non è appannaggio esclusivo dell’opposizione- che il regime stesso da tempo tenta di appropriarsene. Non è un’operazione nuova: già i Safavidi, che fondarono la Persia sciita nel XVI secolo, usarono il poema come strumento di legittimazione dinastica. Oggi il regime di Teheran fa erigere statue di sovrani sasanidi nelle piazze, decora i murales della Guardia rivoluzionaria con gli eroi dell’epopea, cita Firdusi nei discorsi ufficiali. È un’operazione grottesca ma non priva di logica: il poema esalta un potere regale cosmico, il re come sole che illumina la terra, come fonte di giustizia e ordine.

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Il regime si trova in una posizione paradossale. Per quarant’anni ha trattato il passato pre-islamico come una vergogna da rimuovere, il nazionalismo persiano come un residuo borghese da combattere, Firdusi come un poeta da tollerare ma non da celebrare. Oggi si trova a dover fare i conti con una generazione che ha rovesciato i termini dell’identità: tre generazioni cresciute sotto la teocrazia rigettano l’identità islamica imposta dalla rivoluzione evi sostituiscono un’identità civilizzatoria pre-islamica di cui lo Shahnameh è il testo fondativo. Nelle cerimonie funebri dei morti delle proteste si leggono versi di Firdusi al posto delle sure coraniche. Nelle università di Teheran, Isfahan e Mashhad nascono associazioni del Leone e del Sole - l’antico simbolo monarchico persiano. Il regime non può proibire il poema senza amputare l’identità nazionale, e non può abbracciarlo senza contraddire se stesso. Tenta la via di mezzo: se ne appropria nei simboli, lo svuota nei contenuti. Ma su cinquantamila distici che ogni iraniano conosce a memoria si tratta di una operazione difficile.

Firdusi è al centro dell’attenzione del mondo anglosassone, con nuove traduzioni parziali uscite in anni recenti e una notevole produzione saggistica a cavallo tra orientalistica, politologia e giornalismo di analisi. Francia e Germania pubblicano molto sul grande poeta. In Italia, la rivista di geopolitica Limes ha dedicato ampio spazio allo Shahnameh e al suo ruolo nella crisi iraniana. La cosa singolare - e un po’ imbarazzante- è che la pubblicazione più recente di una traduzione integrale dello Shahnameh in una lingua occidentale è uscita l’anno scorso proprio in Italia. La versione non è nuova: è quella monumentale che realizzò Italo Pizzi tra il 1886 e il 1888, primo e ancora unico tentativo in Europa di rendere in versi l’intero poema.

L’editore Luni di Milano l’ha rimessa in circolazione in una nuova edizione curata da Simone Cristoforetti: più di quattromila pagine in cinque volumi. Normale che un’opera del genere tenga a distanza il lettore medio. Molto meno accettabile è il fatto che finora, a parte il Giornale (con Matteo Sacchi) e oggi Libero, nessun altro organo di stampa del nostro Paese - che pure dedica spazio crescente alle vicende iraniane - abbia trovato modo di recensire questa pubblicazione. In un momento in cui il Libro dei re è letto come chiave interpretativa del presente da analisti di Washington, Parigi, Gerusalemme e Tel Aviv, l’Italia pubblica l’unica traduzione integrale europea in versi e fa finta di niente. C’è la stessa distrazione con cui tendiamo a trattare il Medio Oriente: lo commentiamo senza capirlo, lo seguiamo senza conoscerlo.

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