L’elenco stilato da Donald Trump su Truth, venerdì sera, nell’annunciare la possibilità di una graduale riduzione dell’offensiva, è una somma di obiettivi che dà un risultato sbagliato. Il presidente americano ha citato, come finalità dell’operazione Furia epica, la completa distruzione delle capacità missilistiche iraniane, lo smantellamento dell’industria militare e la neutralizzazione della marina e dell’aeronautica del regime, il blocco del programma di arricchimento dell’uranio di Teheran. Ultimo punto è la protezione «dei nostri alleati mediorientali». A risolvere la questione Stretto di Hormuz, nodo scorsoio alla gola del commercio globale, dovranno essere «altre nazioni che lo utilizzano. Se richiesto – ha concluso – aiuteremo questi Paesi nei loro sforzi per la sicurezza dello Stretto, ma non dovrebbe essere necessario una volta eliminata la minaccia iraniana.
Per loro sarà un’operazione militare semplice».
«Una volta eliminata la minaccia iraniana» è la specifica che apre all’indeterminatezza temporale e strategica tanto cara al commander-in-chief che, seppur incalzato dall’opinione pubblica e dai prezzi del carburante, non può ancora permettersi di dire “missione compiuta”. Un «funzionario statunitense» ha fatto trapelare ad Axios che l’amministrazione ha avviato le prime discussioni sulla fase successiva del conflitto e su come potrebbero svolgersi i colloqui di pace. Ma è chiaro che la libertà di navigazione è diretta conseguenza della definitiva distruzione dei sistemi missilistici e di droni iraniani, la spina dorsale dell’apparato delle Guardie Rivoluzionarie. Secondo gli aggiornamenti forniti da Brad Cooper, il comandante del Comando centrale americano (Centcom), l’esercito statunitense ha colpito oltre 8mila obiettivi militari, tra cui 130 navi iraniane, e la capacità dei pasdaran di minacciare lo Stretto è stata «indebolita» dal bombardamento con gli ordigni anti-bunker. Ma non è ancora abbastanza né per effettuare uno sbarco anfibio con migliaia di Marines sull’isola di Khar, deposito petrolifero strategico di Teheran, né per assicurarsi che il regime non riprenda, dopodomani e con l’aiuto di Russia, Cina e Corea del Nord, ad accumulare sistemi missilistici, sciami di droni e a rinverdire il programma nucleare.
La strategia asimmetrica dell’Iran, che pratica la minaccia per tenere in ostaggio le compagnie di navigazione e le infrastrutture energetiche dell’intera regione, si è arricchita ieri di un nuovo asso nella manica: gli Houthi, il gruppo terroristico sciita che controlla gran parte dello Yemen centrosettentrionale, partner chiave dell’Iran e noto per aver già compromesso la sicurezza del Mar Rosso e dello Stretto di Bab el-Mandeb, altro collo di bottiglia fondamentale. L’agenzia di stampa Tasnim ieri ha legato «possibili ritorsioni nel Mar Rosso» a un’eventuale «azione militare statunitense contro Kharg» e il vicecapo dell’Autorità per i media degli Houthi, Nast al-Din, ha comunicato la vicinanza «alla Repubblica Islamica, a Hezbollah, alla resistenza irachena e a tutti i popoli liberi dalla nazione». Secondo Ahmed Nagi, analista yemenita dell’International Crisis Group, il movimento islamista sta preparando il suo ingresso nel conflitto reclutando più combattenti, ampliando la produzione locale di armi e inviando rinforzi sulla costa occidentale yemenita del Mar Rosso. Se entrasse in guerra, costringerebbe Usa e Israele a dirottare risorse offensive e, attraverso l’arsenale di droni in suo possesso. danneggerebbe ulteriormente l’economia globale. Potrebbe anche riprendere gli attacchi contro obiettivi energetici e infrastrutturali dell’Arabia Saudita presenti in Yemen.
All’inizio della quarta settimana di guerra, il G7 ha battuto il primo esplicito e unitario colpo a fianco dell’alleato americano contro il regime: nel condannare le ritorsioni contro i Paesi del Golfo e ribadire il loro diritto a difendersi, in una nota hanno sottolineato che «l’Iran non deve dotarsi di armi nucleari e che deve interrompere il suo programma di missili balistici, porre fine alle sue attività destabilizzanti nella regione e in tutto il mondo e cessare le atroci violenze e la repressione contro il suo stesso popolo».