Il Medio Oriente brucia e l’Europa, ancora una volta, scopre di essere molto meno lontana. Non è solo geopolitica: è l’indotto della guerra, cioè paura, bollette, instabilità. È la sensazione, sempre più diffusa, di vivere dentro una crisi decisa altrove. E mentre i missili volano, qui si fanno i conti. Secondo quanto emerge anche nel dibattito rilanciato da La Stampa, infatti, la linea europea è chiara: prudenza. Tradotto, stare alla larga dal conflitto.
Nessuna corsa a nuove missioni, nessuna voglia di infilarsi in un altro pantano. Una scelta che non è disimpegno, ma nemmeno entusiasmo atlantico. I numeri parlano chiaro: il 53,6% degli italiani dice no a una missione nello Stretto di Hormuz, mentre il 58,1% vorrebbe il rientro dei militari già presenti. Non è solo pacifismo, è qualcosa di più profondo: il rifiuto di essere trascinati in una guerra percepita come “non nostra”. E qui si apre la crepa con Washington.
Donald Trump attacca, critica, alza i toni contro l’Europa e le Nazioni Unite. Dall’altra parte dell’Atlantico si ragiona ancora in termini di forza. Qui, invece, si parla di de-escalation. Due mondi, due approcci. Intanto la guerra arriva lo stesso, in altra forma. Non con le bombe, ma con i prezzi. Energia alle stelle, mercati nervosi, famiglie in affanno. Il governo prova a tamponare: taglio temporaneo delle accise, aiuti all’autotrasporto. Misure d’emergenza, appunto. Cerotti su una ferita aperta. E allora riemerge il tabù: tornare al gas russo. Il 43,9% degli italiani sarebbe pronto a riconsiderarlo. Non ideologia, ma necessità. Stabilità prima di tutto. Anche a costo di mettere tra parentesi principi e coerenza internazionale. Sì, perché questo desiderio cozza con un quadro internazionale complesso, in cui la guerra in Ucraina continua a rappresentare un’altra ferita aperta dell'Occidente. Il punto è tutto qui. La guerra resta lontana, ma i suoi effetti sono quotidiani, la politica rincorre e i cittadini chiedono certezze.