Avviso ai naviganti: questo articolo potrebbe invecchiare malissimo nel giro di pochissime ore. Ma non potendomi sottrarre all’ordine del mio direttore di commentare i fatti delle ultime ore che stanno accadendo in Iran metto subito le mani avanti. Capire cosa ha in testa Donald Trump è un’operazione titanica. Soprattutto dopo il suo più fresco ultimatum pubblicato due giorni fa sul suo social Truth e rilanciato come al solito su tutte le altre piattaforme. «Se l’Iran non APRIRÁ COMPLETAMENTE SENZA MINACCE, lo Stretto di Hormuz entro 48 ORE da questo preciso momento, gli Stati Uniti d’America colpiranno e distruggeranno le sue varie CENTRALI ELETTRICHE, COMINCIANDO DA QUELLA PIÙ GRANDE! Grazie per l’attenzione. Il Presidente DONALD j. TRUMP».
Ho volutamente mantenuto lo stampatello maiuscolo laddove utilizzato. Corrisponde a un urlo e a una sottolineatura. Alcuni analisti hanno giustamente sottolineato come Trump nelle ultime 36-48 ore abbia detto nell’ordine: (1) «Non voglio un cessate il fuoco con l’Iran», (2) «Gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di porre alla fine alla guerra con l’Iran» (3) «Trump sta pianificando colloqui di pace» (questa a dire il vero è un’indiscrezione non smentita dell’agenzia Axios) e infine (4) la minaccia più sopra riportata. L’anti trumpiano in servizio permanente ed effettivo arruolato in molte delle redazioni di quotidiani e televisioni occidentali, ci spiegherà che Trump manca di credibilità. Così si spiega questo suo continuo cambio di registro nelle dichiarazioni. La verità è che Trump è perfettamente credibile in ciò che dice, solo che ha un piccolissimo difetto: è imprevedibile agli occhi altrui. E la breve cronistoria degli eventi delle ultime ore ci dice perfettamente ciò che Trump sta facendo. Tiene praticamente sul tavolo tutte le opzioni possibili.
Ma una domanda a proposito del suo ultimatum sorge spontanea: che senso ha accendere i riflettori su un obiettivo? Individuato dagli analisti nell’impianto iraniano di Damavand che fornisce alla nazione iraniana il 4% dell’energia consumata? Sono in tanti infatti a sottolineare come l’elettricità arrivi da almeno 500 centrali. Un sistema quindi ben diversificato e suscettibile di non mandare in tilt il Paese. E soprattutto una mossa di questo genere avrebbe due immediate nefaste conseguenze. La prima è che farebbe subire l’impatto della scelta soprattutto alla popolazione civile il cui ruolo può essere invece fondamentale, almeno in potenza, nella possibile transizione verso un nuovo regime. Insomma non proprio un’operazione simpatia. Cui dovrebbero essere aggiunti gli effetti derivanti dal contrattacco di Teheran già minacciato a tutti i paesi del Golfo.
Un ciclopico Blackout capace di investire tutto il quadrante. Impensabile che Usa e Israele non abbiano preso in considerazione questa ipotesi. La Centrale israeliana di Orot Rabin, ad esempio, fornisce energia fino al 10-20% della rete. Una spirale da cui tutti ne uscirebbero con le ossa rotte a partire da Trump e Netanyahu. A meno che non siano sicuri di avere completamente annullato ogni possibilità di lancio di missili balistici e droni. Cosa però impensabile sebbene le percentuali di compromissione della capacità bellica iraniana sono eccezionalmente alte. È evidente che Trump ha in testa qualcosa. Ma probabilmente non quel qualcosa che ha detto. Torna in proposito di attualità l’articolo pubblicato sulla rivista The Atlantic nel settembre 2016 a firma di Salena Zito. Pochi mesi prima che venisse eletto. «Quando Trump parla, la grande stampa lo prende alla lettera ma non sul serio. Invece i supporter lo prendono sul serio e non alla lettera».
Aforisma di rara efficacia di cui si è successivamente impadronito lo storico inglese Niall Ferguson. Tanto da esserne indicato come il padre putativo. Ecco forse è proprio il caso di prendere Trump sul serio e non alla lettera. Ha in mente qualcosa di inaudito. E questo qualcosa di inaudito potrebbe essere, ad esempio, la conquista dell’Isola di Kharg. Vero e proprio hub petrolifero di tutto l’Iran. Anzi un bancomat. A possibile conferma di ciò, una frase sibillina dell’ambasciatore americano all’Onu, Mike Walz resa alla Cbs in cui parla di infrastrutture su cui prosperano i pasdaran iraniani. E Kharg ne sarebbe appunto il preclaro esempio.