Nel Palazzo che dovrebbe rappresentare l’Europa, c’è una storia che sa più di collettivo. E non è solo una questione politica, ma anche personale. Perché Ivano Bonnin - lo racconta al Giornale un suo ex-collega universitario – “era già legato a Ilaria Salis prima ancora che la maestra brianzola diventasse nota alle cronache”. Quindi, non una collaborazione nata tra i banchi dell’aula di Bruxelles. Sempre la fonte racconta: “Non so in che forma, ma si conoscevano già...”. In ogni caso, nelle ultime ore, Salis ha smentito la relazione: "Bonnin non è il mio fidanzato".
In ogni caso i due si conoscevano, il che apre più di una domanda, soprattutto oggi che lui è diventato ufficialmente il suo assistente. Profilo doppio, quello di Bonnin. Da una parte il curriculum impeccabile: studi tra Genova, Londra, Bologna e Milano, fino al dottorato a Roma. Dall’altra, però, una militanza che affonda nei collettivi più duri. “Bonnin è sempre stato un tipo da centro sociale hard”, racconta ancora il collega. E non è solo folklore. Nel 2015, infatti, arriva anche una condanna – poi convertita in multa – per “interruzione di pubblico servizio aggravata e violenza privata”. “Cose di dieci anni fa”, minimizza oggi Salis.
Ma intanto il Parlamento europeo potrebbe volerci vedere chiaro, soprattutto sul requisito della “moralità”. Nel frattempo, il percorso politico continua. Dalle Brigate volontarie per l’emergenza ai viaggi in Ucraina, passando per i centri sociali milanesi e le battaglie No Tav. “C’è un elemento che ricordo bene, era un No Tav”, viene sottolineato dalla fonte. Coerenza, più che contraddizione, visto che anche Salis sostiene apertamente quella linea. Il quadro si completa con un’identità precisa: migrazionista, “no borders”, anti-sovranista. Un attivista a tutto tondo, con esperienze internazionali e legami con Ong “intersezionali”. Intanto, sul piano istituzionale, la richiesta dell’Ecr è già stata protocollata e potrebbe tradursi nei prossimi giorni nell’apertura formale di verifiche interne al Parlamento europeo sugli incarichi degli assistenti accreditati. Un passaggio tecnico, ma tutt’altro che secondario, che rischia di trasformare il caso politico in un dossier amministrativo destinato a lasciare il segno a Bruxelles.