Se (ed è un grosso “se”) e quando (ed è un grosso “quando”) lo stretto di Hormuz tornerà ad essere liberamente (ed è un grosso “liberamente”) navigabile da parte delle imbarcazioni dedite al trasporto di gas liquefatto, petrolio e derivati vari, ecco che da quel momento esatto inizierà il conto alla rovescia che porterà al tramonto della centralità strategica di quello stretto. Sottolineo “tramonto della centralità strategica” e non dello stretto in sé.
La ricerca di rotte alternative è del resto iniziata già oggi. Ma oggi occorre gestire un’emergenza. Domani questa affannosa ricerca si consoliderà in progettazione e realizzazione di infrastrutture alternative o, come va di moda dire in questo settore, “ridondanti”.
L’orizzonte temporale in cui queste infrastrutture alternative possono iniziare ad essere operative è di sicuro il medio-termine. Convenzionalmente per medio termine si intende un intervallo di quattro-sei anni. Può sembrare tanto, ed è tanto, se rapportato all’affanno di queste ore in cui si susseguono attacchi militari e sforzi diplomatici tesi a riportare la situazione ad una parvenza di normalità. Ma non è un orizzonte temporale poi così tanto lontano. Se prendiamo a riferimento il momento in cui la Russia ha invaso l’Ucraina, ebbene oggi siamo già nel medio termine. Quali trend possiamo identificare? Sostanzialmente quattro: diversificazione delle rotte commerciali; rivisitazione del portafoglio fornitori da parte dei principali clienti; diversificazione delle fonti energetiche ed infine; una rilocalizzazione di anelli della catena produttiva (cosiddetto reshoring).
L’individuazione di una nuova rotta alternativa è già iniziata ed in parte conclusa. Perché di fatto questa rotta c’era già anche se fino ad oggi scarsamente utilizzata. Un oleodotto, noto come Petroline, lungo circa 1.200 chilometri attraversa da est ad ovest l’Arabia Saudita. Costruito nei primi anni Ottanta quando Iran ed Iraq si facevano la guerra oggi riesce a trasportare da Abqaiq (terminal situato nel Golfo Persico ma attualmente non raggiungibile causa chiusura dello stretto di Hormuz) a Yanbu (ad ovest nel Mar Rosso) circa sette milioni di barili al giorno. È stato riparato dopo alcuni attacchi iraniani. Nel 2025 si stima che lungo questa autostrada del greggio fluissero circa due milioni di barili al giorno. Avendo aumentato la portata a sette milioni, significa che Saudi Aramco riesce già a sterzare dopo trenta giorni sul Mar Rosso tutto l’export che prima transitava nel Golfo Persico. Da Yanbu le navi petroliere, cariche di petrolio, dovranno navigare verso sud ed affrontare un nuovo collo di bottiglia costituito dallo stretto di Bab al Mendeb. Qui imperversano i pirati yemeniti amici dell’Iran: gli Houthi.
La minaccia è seria ma da anni gestita grazie a molte missioni internazionali che fanno da scorta ai mercantili. Gli oleodotti riacquisteranno centralità, insomma. Ne saranno costruiti altri. Così come riacquisterà centralità la Russia nei confronti di Cina ed India come partner esportatore di petrolio. Mosca assurgerà ad un ruolo di partner meno vassallo nei confronti di Pechino. Fino a ieri Mosca non poteva contare su questo potere contrattuale. La cosa da un punto di vista di mera geopolitica, non può non piacere a Donald Trump che di tutto aveva bisogno meno di un Dragone con l’orso russo al guinzaglio. Un sano riequilibrio di poteri facilita il compito a Washington. Quanto alla diversificazione delle fonti, è presumibile che nell’immediato si prosegua con maggior determinazione nella rinuclearizzazione delle principali economie. L’unico modo possibile per ridurre la nostra dipendenza dalle fonti fossili è ricorrere all’energia nucleare. Chi racconta altre amenità tipo usare i mulini a vento o i pannelli solari lo fa perché li vende o perché aspira involontariamente a salire sul palco di Zelig.
L’ultima tendenza infine riguarda la necessaria rifocalizzazione o valorizzazione di fasi del processo produttivo in passato progressivamente ridotte se non talvolta abbandonate. Perché non più di moda. Le materie prime, come appunto il petrolio, non vanno semplicemente estratte ma anche lavorate. Nel caso del petrolio, il greggio va raffinato. I margini di raffinazione sono in aumento data l’attuale situazione e potrebbero costituire un incentivo all’ottimizzazione nell’utilizzo degli impianti. In Italia siamo al 70% circa della capacità produttiva. Abbiamo una dipendenza dall’estero per il carburante degli aerei ma siamo autosufficienti per quanto riguarda le autovetture. Attività che sembravano relegate ad un passato remoto diventano presente e perché no futuro.




