Il collegio Pierpaoli ha riaperto, sta in Cina, costa diecimila yuan e ha la lista d’attesa. Giannino Stoppani arriva al Pierpaoli senza sapere dove lo portano: ce lo spediscono perché lo raddrizzino, lui scopre che si incassa la retta e si risparmia sul rancio, fa ammutinare i compagni e viene espulso. Vamba, nel 1907, lo scrisse in forma di diario. Cosa che capita, per contratto, pure nei campi estivi cinesi: la lettera ai genitori è compresa nel pacchetto con la sveglia all’alba e l’adunata.
Si chiamano chiku xialingying, campi per “mangiare amaro”: cinquemila yuan per dieci giorni, oltre diecimila per trenta (circa 1.200 euro), un mese da figli della lupa. Le famiglie di Pechino e Shanghai spediscono i figli nei villaggi del Sichuan, dello Yunnan, del Guizhou, dove non c’è rete né aria condizionata e i telefoni vengono ritirati all’arrivo. Si zappano i campi di patate, si raccoglie il mais, si scortecciano alberi, si spacca legna, si governano i maiali. Il raccolto va poi venduto, e per venderlo i bambini camminano ore con i sacchi in spalla. Dormono per terra, in sacchi a pelo di un verde sospettosamente militare. Chi non finisce il compito cena a patate lesse.
Ai genitori, i pedagoghi assicurano che i lavori non sono troppo pesanti (sarà).
Nei video ripresi dalla tv di Stato si vedono bambini curvi sotto le ceste che si asciugano gli occhi. Uno, mentre ara, singhiozza: «Voglio fare i compiti». Su Weibo, social network cinese, un ragazzo ha raccontato che al fratello non hanno permesso di lavarsi per nove giorni: è tornato che puzzava di polvere. E aveva mangiato solo patate, spaghetti in bianco e salsa di soia. Sapone, carta igienica e generi di prima necessità non vengono distribuiti: si comprano. La valuta sono i gongfen, i punti-lavoro, che l’educando accumula zappando. Il gongfen era l’unità con cui le comuni popolari maoiste retribuivano i contadini, sepolta con le comuni all’inizio degli anni Ottanta.
I genitori pagano in yuan del 2026 e il figlio si guadagna il sapone in punti del 1958.
Le società che offrono questi Bildungsroman di sette giorni, ai genitori che tentennano, raccomandano di non dire la verità: spacciatelo per un viaggio di studio in campagna, la sorpresa è compreso nel prezzo. Un padre ha spiegato a Cover News che il figlio era «troppo disubbidiente in casa» e aveva bisogno di «andare in montagna e affrontare le difficoltà». Un altro, online, ha scritto: «In quei campi i nostri figli passano quello che abbiamo passato noi, volevamo dargli una vita migliore ma li abbiamo viziati». Tutta roba derivativa: la patata lessa che è insieme cena e castigo la chiamavamo olio di ricino, il purgante che le madri davano ai figli e la sostanza che gli squadristi facevano ingoiare agli avversari.
Xi Jinping, d’altronde, è il primo prodotto di questo mercato. Una quindicina di anni fa, da segretario dello Zhejiang, pubblicò su una rivista l’articolo “Sono un figlio della terra gialla”: autobiografia dei sette anni passati in campagna, nel villaggio di Liangjiahe. All’inizio, quindicenne, prendeva sei punti-lavoro, meno delle donne, racconta. Dopo due anni era arrivato ai dieci punti di un uomo fatto. Da leader ripete ai giovani che devono mangiare amaro, la stampa di Stato ne celebra l’esperienza e le famiglie fanno a gara per fissare un frammento di biografia del Segretario generale nel curriculum della prole.
La paura che i figli siano molli, però, è ricorrente. “La sfida del campo estivo” - Sun Yunxiao, 1993 - è un reportage su un campo sino-giapponese nella Mongolia Interna: i bambini cinesi, a differenza dei giapponesi, si legge, non reggono la fatica. Ne seguì un dibattito nazionale, poi si scoprì che i numeri erano gonfiati e l’autore dovette scusarsi. Nel 1899 l’economista Thorstein Veblen spiegava che il rango si esibisce con l’ozio vistoso: si conta nella misura in cui si mostra di non dover lavorare. In Sichuan oggi vale il rovescio, ma con lo stesso strumento di allora, cioè un pubblico: si filma il figlio che zappa e lo si fa vedere.
Funziona? La signora Ma, di Shanghai, si è liberata della figlia di sette anni per dieci giorni perché si era impigrita con la tecnologia e frignava a tavola. È tornata che perdeva tempo, restava a letto e frignava a tavola.




