Pedro Sánchez ha trovato la formula perfetta per mettere d’accordo pacifisti e generali: ai primi racconta che la Spagna non spenderà un euro in più per le armi, ai secondi presenta il conto dei miliardi già stanziati. Il risultato è un piccolo capolavoro di equilibrismo politico, diventato assai popolare anche dalle nostre parti, dove Elly Schlein e Giuseppe Conte continuano a guardare al premier socialista come al modello da contrapporre al militarismo attribuito a Giorgia Meloni. Peccato che, mentre la sinistra italiana applaudiva il coraggio di Madrid, Sánchez accelerasse sul riarmo a una velocità più che doppia rispetto al governo italiano.
I numeri, ricavati da un’elaborazione pubblicata da Open sui dati di Trading Economics, sono impietosi. Tra il 2022 e il 2025 la spesa militare spagnola è aumentata del 94,2%, contro il 43,2% dell’Italia. Tradotto in dollari, significa 19,5 miliardi di incremento per Madrid e 14,5 per Roma. Nella graduatoria europea degli aumenti assoluti, la Spagna è terza, alle spalle soltanto della Germania, con 57,9 miliardi aggiuntivi, e della Polonia, con 31,5. L’Italia si ferma al quinto posto, preceduta anche dai Paesi Bassi, mentre nella classifica percentuale precipita addirittura al ventitreesimo posto su ventisette. Sánchez, insomma, predica moderazione e pratica riarmo.
Pedro Sánchez risponde a Luciana Littizzetto: "Grazie ma..."
E dopo Valeria Marini, ecco che Pedro Sánchez risponde anche a Luciana Littizzetto. Il premier spagnolo ha r...Il confronto europeo rende il paradosso ancora più gustoso. La Polonia ha aumentato il bilancio militare del 205,9%, la Danimarca del 172,4%, la Svezia e i Paesi Bassi del 112,5%, il Belgio del 110,14% e la Germania del 103,2%. Perfino l’Ungheria, con un incremento del 53,37%, supera l’Italia. La Francia di Emmanuel Macron, invece, si limita al 24,31%. Quanto alla Grecia, è l’unico Paese dell’Unione ad aver ridotto la spesa, del 4,22%. Una fotografia che mal si concilia con le favolette.
La conferma arriva anche dall’istituto indipendente Sipri di Stoccolma, secondo cui nel solo 2025 la spesa militare spagnola è cresciuta del 50% in termini reali, raggiungendo i 40,2 miliardi di dollari. Un balzo che ha portato Madrid al 2,1% del Pil, mentre nel 2018, quando Sánchez arrivò alla Moncloa, era appena allo 0,9%. Non proprio il curriculum di un obiettore di coscienza.
Il vero spettacolo, però, era già andato in scena al vertice Nato dell’Aia, nel giugno 2025. Mentre gli Alleati sottoscrivevano l’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035, composto dal 3,5% per la Difesa propriamente detta e dall’1,5% per sicurezza e infrastrutture, Sánchez rivendicava il diritto di fermarsi al 2,1%. Una posizione presentata come una grande vittoria contro le pretese dell’Alleanza. Peccato che Madrid abbia aderito alla dichiarazione comune e che il segretario generale Mark Rutte abbia chiarito subito la distanza tra le due posizioni: la Spagna sostiene di poter raggiungere gli obiettivi militari con il 2,1%, la Nato ritiene necessario il 3,5%. La verifica arriverà nel 2029.
Nel frattempo, il socialista incassa gli applausi dei pacifisti senza rinunciare agli investimenti militari. E gli investimenti sono tutt’altro che simbolici. Anche perché sulla carta Sánchez aveva promesso di non sottrarre un centesimo allo Stato sociale, trasformando così il riarmo in un’operazione apparentemente indolore per i contribuenti. Il dettaglio più imbarazzante è arrivato il 12 giugno. La Spagna ha ottenuto dal Consiglio dell’Unione europea l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia del Patto di stabilità, che consente maggiore flessibilità nei conti per aumentare la spesa militare. Madrid l’aveva chiesta formalmente il 13 aprile, invocando le conseguenze della guerra in Ucraina. Traduzione: il governo che rivendica pubblicamente la propria distanza dal riarmo europeo domanda a Bruxelles più margini per finanziarlo. Una possibilità concessa anche ad altri diciassette Stati membri, certo, ma che rende particolarmente singolare la narrazione del modello spagnolo.
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Fischi e insulti contro Pedro Sanchez. È accaduto durante la festa nazionale spagnola alla parata militare del 12...Naturalmente, investire nella Difesa non è di per sé una colpa. Anzi. In un’Europa attraversata dalle tensioni internazionali può essere persino una necessità. La questione è più che altro politica: Sánchez ha trasformato la distanza dagli alleati in una bandiera identitaria, mentre il suo governo aumentava massicciamente le risorse militari. E la sinistra italiana ha scambiato quella bandiera per un programma. Schlein e Conte possono continuare a celebrare il coraggio pacifista del premier socialista. Sarebbe però opportuno spiegare ai propri elettori perché il loro modello ideale di governo abbia fatto crescere la spesa per la Difesa molto più velocemente dell'esecutivo Meloni. Evidentemente a Madrid il riarmo è progressista. Basta che a ordinare i carri armati sia un socialista.




