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Renato Farina contro Marco Travaglio: "Ecco perché su di me dici bugie"

di Giulio Bucchidomenica 21 settembre 2014
Renato Farina contro Marco Travaglio: "Ecco perché su di me dici bugie"

3' di lettura

"Nessun perdono e non ho nulla di cui vergognarmi. Non ho preso soldi per me". Passa da Dagospia la replica di Renato Farina alle accuse di Marco Travaglio sul Fatto quotidiano. Dell'ex vicedirettore di Libero, reintegrato dall'Ordine dei giornalisti della Lombardia che lo aveva sospeso nel 2006 per la vicenda della sua collaborazione con il Siste del generale Niccolò Pollari, il condirettore del Fatto aveva ripercorso le vicende degli ultimi 8 anni, dall'auto-cancellazione dall'Albo alla collaborazione continuata con Libero, sia pur con lo pseudonimo di Dreyfus. Nel frattempo, Farina richiede il reintegro ma nel 2012 "l'Ordine respinge la domanda perché la collaborazione con i servizi è incompatibile con l'esclusività della professione giornalistica", spiega Travaglio. Ma ora "l'Ordine, smentendo se stesso un anno e mezzo dopo, lo riaccoglie a braccia aperte. Delle due l'una: o lavorare per i servizi, sottrarsi al giudizio dei colleghi e svalutare l'ente di vigilanza è diventato lecito, oppure boh. Non sarà il ritorno di Betulla, che peraltro non se n'era mai andato, a screditare una categoria già abbastanza sputtanata di suo". E giù sfottò sul coinvolgimento di Farina per "combattere la Quarta Guerra Mondiale (e noi che ci siamo persi la Terza) contro l'Islam" e sui presunti dossier-patacca per screditare Prodi. La risposta di Farina - "Io non sono stato perdonato. Ho scontato una pena di 8 anno quando la radiazione ne prevede 5 - è la replica di Farina a Dagospia, che aveva ripreso l'articolo di Travaglio -. Non mi sono dimesso per paura della radiazione visto che anche se morto mi hanno rincorso lo stesso radiandomi illegittimamente - sentenza ovviamente annullata dalla Cassazione ma intanto l'ho subita. Io ho chiesto di reiscrivermi per lavorare". E per smentire Travaglio, il giornalista ex Libero invia la testimonianza giurata di Pollari alla Commissione d'inchiesta parlamentare. "Il dottor Renato Farina su invito dell'Autorità politica competente, dinanzi a problematiche drammatiche in cui erano coinvolti cittadini italiani sequestrati in scenari di guerra, ha accettato di fornire un contributo utile alla soluzione di questi casi, mettendosi disinteressatamente a disposizione di quell'Autorità ed esponendosi anche a gravi rischi", spiegava Pollari, sottolineando come il coinvolgimento di Farina sia stato dovuto a richiesta dall'alto, mosso da "intimi convincimenti e rispetto dell'articolo 52 della Costituzione, dove si afferma che la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino" e senza fini di lucro, visto che "il dottor Farina non ha mai ricevuto compensi in denaro. Le evidenze documentali che gli sono state contestate non riflettono erogazioni a lui dirette". In altre parole, Farina "non può essere qualificato come informatore dei servizi segreti da giornalista", "non ha contribuito a fabbricare dossier falsi" né è lui l'agente Betulla di cui tanto si è favoleggiato in questi anni: "L'appellativo Betulla riguarda situazioni e soggetti diversi - spiegava Pollari -. Betulla dunque non è mai stato il dottor Farina. Ho già chiarito dinanzi al Parlamento sin dall'agosto del 2006 questi fatti (audizione COPACO), e le circostanze che hanno indotto a questa deformazione dei fatti". Da una parte "la volontà di non compromettere dal punto di vista etico e morale un'attività segreta, benemerita e ben nota ai competenti organi governativi", dall'altra la volontà di "attenuare conseguenze processuali assai verosimilmente probabili in un momento in cui l'alta suggestione mediatico-giudiziaria avrebbe potuto arrecare nel breve-medio periodo esiti non coerenti con la realtà dei fatti"

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