Palermo, 6 mag.- (Adnkronos) - Dopo l'ennesima sentenza di assoluzione, circondato dai giornalisti, ripeteva come un mantra, con un sorriso che sembrava piu' una smorfia: "I processi mi allungano la vita". E forse non aveva torto, Giulio Andreotti. Era il 27 marzo del 1993, cioe' vent'anni fa, quando la Procura di Palermo, guidata da Giancarlo Caselli, inoltrava al Senato della Repubblica l'autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Giulio Andreotti con un'accusa pesante, pesantissima, cioe' concorso esterno in associazione mafiosa, accusa che nel 1995 verra' trasformata in associazione mafiosa. Le indagini, come si leggeva nella richiesta, avevano evidenziato che "uno dei principali canali di collegamento tra Cosa nostra e il mondo politico romano era stato Salvo Lima". E, secondo i magistrati, il "referente romano di Lima" sarebbe stato proprio Giulio Andreotti, cioe' il sette volte Presidente del Consiglio. Ad accusare Andreotti numerosi collaboratori di giustizia, il 'gotha' di Cosa nostra che aveva deciso di parlare con i magistrati. Da Tommaso Buscetta ad Antonino Calderone, da Leonardo Messina a Gaspare Mutolo. Ebbe cosi' inizio un processo che venne definito dai piu' il 'processo del secolo' durato anni e milioni di pagine di atti, documenti, dichiarazioni, accuse. (segue)




