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Messina Denaro, da Scarpinato a Di Matteo: su La7, la "rosicata giudiziaria"

Fabrizio Cicchitto
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La7, emittente televisiva di proprietà di Urbano Cairo, mette in evidenza uno straordinario interesse per le vicende riguardanti i rapporti mafia-politica dando la parola solo ad alcuni dei protagonisti senza contraddittorio. Ora è evidente che gli ex pm Di Matteo e Scarpinato, quest’ultimo oggi senatore del Movimento 5 Stelle, non gradiscono il successo ottenuto dall’attuale procura di Palermo e dai Ros che sono riusciti dove loro hanno fallito. Allora nelle trasmissioni su La7, sfruttando anche il fatto di non avere contraddittorio, essi stanno facendo di tutto per ridimensionare quel risultato anche sostenendo ipotesi del tutto contrastanti, per di più basate solo su congetture e mai su fatti. Così nella trasmissione di domenica 29 gennaio, Di Matteo ha avanzato due ipotesi di segno opposto: secondo la prima Messina Denaro, oppresso dalla malattia, ha fatto di tutto per farsi arrestare; secondo l’altra ipotesi, invece, i capimafia lo hanno consegnato per fare un “regalino” al nuovo governo in modo da ottenere in cambio la riforma del 41 bis e l’eliminazione del carcere ostativo.

 

 

 

Di Matteo fa finta di ignorare che il problema del carcere ostativo, a parte le posizioni dei garantisti, è stato posto già da tempo dalla Corte Costituzionale, che non risulta a nessuno essere condizionata dalla mafia. Comunque tutte queste congetture, espresse in televisione con grande aggressività e senza la benché minima confutazione, servono, per evocare un’espressione spesso adottata in Sicilia su questa materia, a “mascariare” l’indagine. Non a caso, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, l’attuale procuratore generale di Palermo Maurizio De Lucia ha rivendicato in modo assai netto la regolarità delle indagini che hanno portato alla cattura del latitante. Il bello è che, invece, non solo La7 ma anche i grandi giornali non hanno preso in alcuna considerazione quello che in una serie di articoli de “Il Riformista” stanno sostenendo Piero Sansonetti e Aldo Torchiaro. Nei loro articoli, essi hanno sostenuto che anni fa il Sisde del generale Mori e di De Donno aveva un infiltrato di alto livello, il professor Vaccarino, il quale aveva stabilito un rapporto epistolare con Messina Denaro che debitamente coltivato poteva portare a conoscere dove egli si nascondesse ma che la procura di Palermo, allora guidata da Pignatone e Scarpinato, affossò tutto.

Ora, noi non sosteniamo a priori che tutto ciò sia esatto, anche se suffragato dal racconto di un testimone e da carte giudiziarie esibite. Diciamo solo che in quello che ha scritto “Il Riformista” c’è materia meritevole di approfondimento, di discussione, al limite anche di contestazione. Invece silenzio assoluto, silenzio su La7, silenzio sui grandi giornali che, a proposito di Messina Denaro, hanno parlato di tutto, anche di una parrucca e di una scatola di Viagra trovati in un covo. In sostanza, caro direttore, ci sembra che tuttora siano dominanti sull’argomento l’unilateralità e la faziosità.

 

 

 

La cosa non sorprende se si pensa che viviamo in un Paese nel quale a suo tempo Craxi è stato distrutto sul tema del finanziamento irregolare ai partiti attraverso un’operazione politica, mediatica e giudiziaria nella quale il ruolo di protagonista non è stato svolto soltanto dal pool di Mani pulite di Milano e da alcuni giornali, ma anche dal gruppo dirigente del Pds (Occhetto, D’Alema, Veltroni), erede del Pci, il quale dal 1945 al 1980 aveva incassato enormi finanziamenti dal Kgb sovietico e che anche dopo, a lungo, era stato finanziato da società di import-export gestite da manager e funzionari di partito d’intesa con i loro omologhi in Urss e nei Paesi comunisti dell’Est europeo. 

 

 

 

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