Una frode pubblicitaria firmata Anm. Le bugie del comitato creato dal sindacato dei magistrati («Vorresti giudici che dipendono dalla politica? No») hanno dato inizio ufficiale alla battaglia referendaria, prima ancora che si conosca la data del voto. E le immagini e gli articoli pubblicati ieri da Libero sulle grandi affissioni commissionate dal sindacato delle toghe hanno provocato la reazione dei comitati per il Sì alla riforma della giustizia. A rivoltarsi è un fronte ben più ampio dei partiti che hanno votato quel testo. Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle camere penali, risponde ricordando il contenuto della riforma. «L’articolo 104 della Costituzione, che sancisce l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario da ogni altro potere, non viene in questo minimamente modificato. L’articolo 101, comma secondo, secondo cui il giudice è soggetto soltanto alla legge, resta intatto». Anche la separazione delle carriere e l’istituzione di due Csm, i cui consiglieri saranno estratti a sorte, «non introducono alcuna dipendenza politica». Quanto fatto dal comitato dell’Anm, insomma, è «pura propaganda, disinformazione finalizzata ad alimentare paura e disorientamento».
Gian Domenico Caiazza, presidente di Sì Separa, il comitato della Fondazione Einaudi, bolla il manifesto con cui l’Anm ha tappezzato le stazioni come «truffaldino e vergognoso». Altrettanto duro Antonio Di Pietro, membro fondatore dello stesso comitato: «L’Anm sta approfittando della credibilità intrinseca che giustamente aleggia da sempre intorno alla figura del magistrato per far credere ai cittadini quel che è utile ai loro interessi di bottega. Spiace che a truccare le carte siano proprio quelli a cui affidiamo ogni giorno il nostro destino». Il forzista Enrico Costa indica un altro aspetto delle affissioni del comitato dell’Anm: «Questi manifesti sono molto costosi. Sarebbe interessante conoscere chi li paga». Anche lui sottolinea quanto sia grave che a commettere questa «vera e propria truffa agli elettori» sia chi ha tanto potere sulle vite degli altri: «Rabbrividiamo al pensiero che questo sia il loro approccio di fronte ai procedimenti che li vedono impegnati nei tribunali». Secondo Giorgio Mulè, coordinatore degli azzurri per la campagna per il Sì al referendum, «sostenere che se dovesse vincere il Sì i giudici finirebbero sotto il controllo della politica è la madre di tutte le menzogne. Fa specie che a diffonderla siano soggetti che per mestiere dovrebbero cercare la verità».
Per Fdi parla il capogruppo al Senato, Lucio Malan: «È desolante che l’Anm usi falsità per la propria propaganda. L’articolo 104 della Costituzione è chiarissimo in proposito e smentisce questa pubblicità ingannevole». Per un verso, argomenta, «questo evidenzia l’assenza di argomenti veri, per un altro è preoccupante pensare che a pubblicare queste bugie siano persone che hanno altissime responsabilità». Mentre il deputato leghista Jacopo Morrone auspica «uno stop immediato a questa campagna pubblicitaria che può indurre in errore il cittadino elettore». L’opera di disinformazione dell’Anm viene condannata anche dai progressisti favorevoli al Sì. Il costituzionalista Stefano Ceccanti spiega a Libero che il fronte del No porta avanti due tesi opposte. «Secondo la prima, più insistente, con la riforma i magistrati dipenderebbero dall’esecutivo. Cosa per la quale non esiste nessuna pezza d’appoggio nei testi, ed è un paradosso che i magistrati, che sono chiamati ad applicare norme, sostengano una tesi che non si rifà a nessuna norma applicabile». La seconda tesi è quella «per cui i pubblici ministeri diventerebbero onnipotenti perché separati dai giudicanti. Questa colpisce non solo la riforma, ma il processo accusatorio in sé, che, come spiegava Giuliano Vassalli, è basato sulla separazione. Secondo questa tesi, insomma, dovremmo tornare al processo inquisitorio, che sarebbe più garantista. Mi pare difficile da sostenere».
A conferma di quanto sia trasversale questo schieramento, Ceccanti, tramite l’associazione Libertà Eguale, per il 12 gennaio organizza a Firenze l’incontro “La sinistra che vota Sì”, che sarà aperto da Augusto Barbera, ex presidente della Consulta e prima ancora deputato di Pci e Pds. Parteciperanno personaggi come Enzo Bianco, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino e Cesare Salvi. Dal comitato che ha affisso i manifesti, Enrico Grosso, costituzionalista, risponde contestando Nicolò Zanon, presidente di Sì Riforma, il comitato vicino ai partiti della maggioranza. «Mi stupisce che un collega autorevole e preparato come lui sostenga una lettura così fuorviante della nostra campagna di comunicazione», dice Grosso. «Gli elettori hanno il diritto di sapere che il principio di autonomia e indipendenza della magistratura dalla politica viene profondamente e irrimediabilmente messo in discussione dalla legge Nordio». Zanon gli replica oggi su queste pagine. Intanto, anche sul fronte del Sì, le macchine della propaganda si sono messe in moto. Mulè, per conto di Forza Italia, ha già preparato la campagna sui social network, le affissioni e gli appuntamenti di fund raising. Per non bruciare risorse, però, aspetta di sapere quali saranno le date in cui si voterà: tutto indica domenica 22 e lunedì 23 marzo, ma non ci sono certezze. L’idea è quella di concentrare la “potenza di fuoco” negli ultimi dieci-dodici giorni, quelli in cui matura l’orientamento degli elettori.




