Come tattici lor signori del no referendario alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri ed altro ancora della riforma Nordio - chiamiamola così, col nome del ministro della Giustizia - si sentiranno bravi. Anzi, bravissimi. Direi anche geniali. Basta guardarli mentre si lasciano intervistare distribuendo più smorfie che parole, Essi cercano di disseminare di trappole la strada che porta al 22 e al 23 marzo, la data del referendum. Non disperano neppure, con l’aiuto dei ricorsi alla magistratura amministrativa, di allungare la strada per avere ancora più spazio a disposizione e sistemare altre trappole ancora. E infine godersi lo spettacolo di vedervi saltare sopra rovinosamente il governo promotore della riforma, immaginando chissà quali e quanti aiuti a livello alto, anzi altissimo, per vederlo addirittura cadere con meritata infamia, dal loro punto di vista.
In questa opera di guerriglia, a lor signori del no è sfuggito il trappolone teso loro dalla premier Meloni nella conferenza stampa d’inizio d’anno: non tanto con l’accusa alla magistratura più attiva, diciamo così, di vanificare con la sua discrezionalità scambiata per autonomia e indipendenza il contrasto al disordine e alla criminalità, quanto con la priorità assegnata a nuove misure urgenti per la sicurezza. Una priorità condita, sempre astutamente, con l’appello a “remare tutti insieme” nella stessa direzione dell’interesse generale. Un appello al quale i signornò, sempre loro, si sono aggrappati come all’autorete di un governo inguaribilmente tentato dal mettere i magistrati al proprio servizio. Non si sono accorti, i poveracci, che alla maggior parte della gente comune quell’appello è suonato come ragionevolissimo, preceduto da tante occasioni di emergenza nelle quali la cooperazione istituzionale, come la chiamano i presidenti di turno della Repubblica, ha funzionato. Come all’epoca del terrorismo. E ditemi voi se non siamo in condizioni non ordinarie, con le guerre che ci circondano, ibride e non. E con l’immigrazione che, se non controllata, rappresenta ne rappresenta l’aspetto più ibrido, ancor più della disinformazione.
Chiusi nella torre della loro autonomia, indipendenza e quant’altro, a proposito o sproposito, i signornò non si sono accorti dell’ambiente tossico dell’autosufficienza, e persino della supremazia o spocchia, in cui si avvolgono screditandosi ulteriormente.
Delle nuove misure di sicurezza che assorbiranno le cronache politiche e quelle parlamentari i magistrati finiranno da soli per diventare una specie di controparte vocata a vanificarle, per dirla alla e con la Meloni.
Quelle già lunghe dieci settimane di campagna elettorale programmate, direi con già troppa generosità per chi voleva guadagnare tempo, si riveleranno ancora più pesanti e pericolose per i signornò. Che non hanno messo nel conto, nella loro totale sprovvedutezza, quella che chiamerei la cronacaccia, inesorabile nella ripetitività di situazioni in cui c’è sempre un criminale di troppo che uccide per la distrazione o la superficialità con la quale qualche magistrato l’ha lasciato libero, o lo ha liberato dopo averlo malvolentieri arrestato.
Sono fatti, anzi misfatti, dei quali sentiamo quasi ogni giorno alla televisione e leggiamo sui giornali. E ai quali il ministro della Giustizia, ma non solo lui, non può opporre alcuna sorpresa, a dir poco, senza essere attaccato dall’associazione nazionale dei magistrati per presunto sopruso, o deriso dalla tifoseria mediatica delle toghe come “mezzolitro” o “fiasco”.
Pensare, in queste condizioni, di portare alla vittoria il no referendario, o solo di ridurre le distanze da un sì avanti di una decina di punti, mi sembra francamente dabbenaggine.