Un teatro non brucia mai “solo” in senso materiale. Quando, all’alba del 17 febbraio, le fiamme hanno divorato il Teatro Sannazaro – la bomboniera di via Chiaia, inaugurata nel 1847 – non è crollata soltanto una cupola: si è aperto un vuoto di memoria. In quelle tavole, tra oro e stucchi, avevano trovato casa la prosa napoletana e i suoi capostipiti: Eduardo Scarpetta, i De Filippo, le grandi compagnie del Novecento. Oggi restano macerie annerite e l’odore acre di legno arso, perché un teatro ottocentesco è anche, fisicamente, un concentrato di materiale combustibile.
La Procura ha aperto un’inchiesta e le prime ricostruzioni oscillano tra l’ipotesi accidentale (un innesco tecnico, un corto circuito) e quella dolosa. Alcune fonti parlano di fiamme partite da un edificio adiacente, altre di un punto d’origine interno: è il classico momento in cui la cronaca corre più dei rilievi eppure – ed è qui che la vicenda del Sannazaro si innesta in una storia più ampia – il teatro italiano convive da secoli con un destino incendiario. Si potrebbe dire che la sua biografia è scritta a capitoli di fiamme: reali, quando l’edificio prende fuoco; simboliche, quando un’epoca finisce e un’altra pretende di rinascere dalle ceneri, tra luci, velluti, legni, vernici e scene, il teatro è stato a lungo una “fabbrica del rischio”.
Il caso più celebre è Venezia. La Fenice ha un nome-programma e, coerente con la sua etimologia, è morta e risorta più volte: l’incendio del 1836 la rimise in piedi in pochi anni; quello del 1996 – doloso – la trasformò in un cratere fumante e impose il mantra “com’era, dov’era”, fino alla riapertura del 2003. A Bari, il Petruzzelli bruciò nel 1991, anch’esso per incendio doloso: un trauma lungo diciotto anni, prima che la città rivedesse riaccendersi (stavolta nel senso giusto) le luci del 2009. Torino, con il Regio, conobbe nel 1936 un incendio devastante e una ricostruzione che fu quasi una generazione: riapertura nel 1973, in forme moderne, come spesso accade quando il tempo cancella la tentazione di ricopiare il passato.
Ma se parliamo di “record” – la ricostruzione più veloce della storia teatrale italiana dopo un rogo – bisogna tornare a Napoli. Il Teatro di San Carlo, nel cuore della città, fu distrutto dall’incendio nella notte tra il 12 e il 13 febbraio 1816.
Eppure il Regno borbonico lo volle di nuovo operativo con una velocità oggi impensabile: Antonio Niccolini lo ricostruì in nove mesi, e il 12 gennaio 1817 il Massimo napoletano riaprì. È la prova che, quando un teatro è davvero un’istituzione civile, la città lo rimette in piedi come si ricuce una ferita: in fretta, per tornare a respirare.
Naturalmente non tutti rinascono. Ci sono sale scomparse, inglobate dall’urbanistica o dalla disattenzione, teatri minori che dopo l’incendio non hanno trovato né fondi né volontà. E ci sono anche distruzioni non “pure”, dove la guerra ha fatto il lavoro del fuoco e il fuoco ha finito quello della guerra, lasciando ruderi per decenni. È l’altra faccia, meno consolatoria, della retorica della Fenice.
Per questo il Sannazaro pesa più di un danno edilizio. Per Napoli è un pezzo di identità: la tradizione della commedia, il laboratorio linguistico, la sala “che porta bene”, come dicevano dopo i trionfi di Scarpetta. La politica promette ricostruzione, lo Stato annuncia sostegno, la città si stringe. Ma la domanda vera non è solo “quando”, è “come”: copia filologica o progetto contemporaneo? E soprattutto: con quale idea di teatro, in un’epoca in cui i palcoscenici bruciano meno spesso, ma rischiano di spegnersi per altre ragioni, più silenziose.
Intanto, però, il destino italiano dei teatri torna a essere quello di sempre: bruciare, piangere, contare i danni, e ricominciare. Perché la scena, qui, non è mai stata un semplice edificio: è un patto collettivo e, quando prende fuoco, a bruciare è il patto. Sta alla città decidere se farlo diventare cenere o scintilla.




